Restiamo nel 2016, l’anno dei due referendum, come lo abbiamo definito nel precedente appuntamento di questa rubrica. A soli 8 mesi dal voto sulle trivelle, il 4 dicembre, gli italiani tornarono alle urne per il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Renzi-Boschi, così chiamata perché, tra i principali proponenti, ci furono Matteo Renzi e Maria Elena Boschi.
Una riforma diretta a modificare la seconda parte della Costituzione. In particolare, era prevista la modifica delle competenze e della composizione del Senato. La proposta puntava a cambiare anche alcuni poteri dello Stato e altri aspetti della vita politica, come l’elezione del Presidente della Repubblica.
In particolare, la riforma puntava a superare il bicameralismo perfetto che caratterizza l’assetto istituzionale delle due camere del parlamento, sin dall’avvento della repubblica. Nel progetto renziano, il senato sarebbe diventato un organo rappresentativo delle autonomie regionali e sarebbe stato rinominato “senato delle regioni”, con funzione di raccordo tra stato, regioni e comuni. La riforma avrebbe modificato anche il numero dei suoi esponenti, riducendolo a 100 senatori, al posto dei 315 dell’epoca (saranno dimezzati nel 2020 con il referendum voluto dai 5 Stelle). Cento senatori non eletti direttamente dai cittadini. Infatti 95 di loro sarebbero stati scelti dai consigli regionali con metodo proporzionale che avrebbero indicato 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige a cui sarebbero spettati due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Sarebbero rimasti in carica per tutta la durata del loro mandato di amministratori locali. Ad essi, si sarebbero inoltre aggiunti cinque senatori, in carica sette anni, nominati dal presidente della repubblica. Niente più senatori a vita, carica che sarebbe rimasta solo per gli ex presidenti della repubblica.
Così composto, il nuovo senato si sarebbe potuto esprimere su progetti di legge approvati dalla camera e avrebbe potuto proporre modifiche entro 30 giorni dall’approvazione della legge alla Camera che, tuttavia, avrebbe potuto anche non accogliere gli emendamenti. I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del presidente della repubblica, dei componenti del consiglio superiore della magistratura e dei giudici della corte costituzionale.
La riforma proponeva anche di abolire il Consiglio Nazionale per l’Economia e per il Lavoro e di modificare l’elezione del presidente della repubblica, a cui non avrebbero più partecipato i delegati regionali, ma solamente le camere in seduta comune.
Diverse materie sarebbero ritornate alla competenza esclusiva dello stato, tra cui ambiente, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.
Per finire, la Boschi – Renzi voleva pure modificare la normativa riguardante quorum e leggi di iniziativa popolare, innalzando da 50mila a 150mila firme, il numero di firme necessario.
Intenso fu il dibattito sulla riforma. E anche a Bitonto ci si divise tra favorevoli e contrari.
I favorevoli auspicavano la riforma che, a loro dire, avrebbe consentito una maggiore stabilità degli esecutivi.
«È il miglior compromesso possibile» fu il commento della senatrice del Partito Democratico Anna Finocchiaro, intervenuta a novembre 2016 nella Sala degli Specchi di Palazzo Gentile, per spiegare le ragioni del Sì: «Questa riforma cerca di provvedere alle crisi del Parlamento e all’instabilità dei governi. Si dice che è un atto di protervia del Governo, al contrario è frutto del parlamentarismo e del governo».
In quell’occasione, Finocchiaro elencò quelli che, a suo parere, erano i punti di forza della riforma: il nuovo Senato come rappresentazione delle istituzioni regionali, l’accentramento di diverse materie che passano dalle Regioni allo Stato (sanità, ambiente, infrastrutture) per risolvere i contenziosi Stato-Regioni che negli ultimi anni hanno rappresentato il 70% del lavoro della Corte Costituzionale. A cui si aggiungevano il referendum propositivo e l’obbligo di discussione in tempi certi delle leggi di iniziativa popolare: «Questa riforma è il miglior compromesso possibile nelle condizioni date. Guardiamola con gli occhi sgombri dalla polemica politica. Il 5 dicembre vorrei trovare il mio partito tutto unito, senza lasciare morti o feriti ai bordi delle strade».
Per il sì, in città, si schierò anche l’associazione Controvento – Area Popolare, che partecipò anche ad un incontro a Casamassima alla presenza del Ministro degli Interni Angelino Alfano. Così scrissero in una nota: «La riforma Renzi-Boschi e l’Italicum, legge varata nel precedente 2015, potrebbero essere l’incipit per un migliore sistema costituzionale, indubbiamente ancora da perfezionare e potenziare, ma che con altrettanta certezza non vede un’altra riforma dietro l’angolo se questa dovesse cadere».
«Una delle principali ragioni di questa riforma è mettere sotto controllo la spesa delle Regioni» fu, invece, il parere di Roberto Conciancich, senatore del Pd e coordinatore del Comitato nazionale per il Sì.
Dall’altro lato, dal fronte dei contrari alla riforma si denunciava il pericolo di ledere la rappresentatività del Senato e la funzionalità delle regioni.
«Le regioni avranno compiti limitati. Ma questo rinnovamento prevede, inoltre, un principio di supremazia attraverso cui il governo potrà riprendere il controllo su una questione, precedentemente affidata alle Regioni, su cui ritiene che quest’ultime non abbiano ben operato» fu il commento di Alessandro Torre, docente ordinario di diritto costituzionale all’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, esponente del comitato per il No, intervenuto a Bitonto per spiegare le motivazioni dell’opposizione alla riforma: «Coloro i quali voteranno No, sono tutt’altro che immobilisti. Sono, invece, uomini e donne che desiderano un cambiamento, figlio, però, di una congrua riflessione e di un’attenta analisi».
Il Movimento 5 Stelle, per invitare a votare No organizzò diversi banchetti in città, a cui invitò anche il senatore Lello Ciampolillo e il consigliere regionale Mario Conca.
«Non è solo una questione di metodo, ma culturale e sociale – disse, invece, Pasquale Martino, segretario provinciale dell’Anpi, -. Già il fatto che una riforma sia proposta da un governo, dal potere esecutivo, dunque, la dice lunga. Come può fare, un governo, una legge che controlli e limiti i propri poteri per riequilibrarli con gli altri due poteri dell’ordinamento italiano, legislativo e giudiziario?».
E, sulla trasformazione del Senato, Martino aggiunse: «Il Senato non verrà abolito, ma continuerà ad operare con persone che, al tempo stesso, sono anche sindaco o consiglieri regionali, in tempi limitati, prendendosi compiti degli enti locali. Ci dicono che ciò serve a garantire una miglior efficienza dell’azione del governo, ma in realtà questo serve solo a svilire il parlamento riducendolo ad appendice del potere esecutivo».
Replicando all’accusa di far fronte comune con la destra, avanzata dai promotori della riforma, concluse: «È ridicolo, perché qui non si parla di elezioni, ma di un referendum, dove si vota “sì” o “no”. Noi siamo contrari per i nostri motivi, la destra per altri».
E, infatti, anche da destra si sollevò un’opposizione alla riforma Renzi – Boschi. Forza Italia si schierò dalla parte dei contrari e, a Bitonto, ospitò Renata Polverini per illustrarne le ragioni.
«È la prima volta che i troviamo di fronte ad una riforma costituzionale fatta senza assemblea costituente, proposta da un governo. Calamandrei si starà rivoltando nella tomba vedendo un esecutivo che si fa una riforma e se la vota da solo. E non è vero che pure noi abbiamo votato quel testo – disse l’ex governatrice della regione Lazio -. Questa riforma toglie i poteri agli enti locali, concentrando sull’esecutivo solo le competenze su ambiente ed energia, vale a dire soldi e potere. Toglie rappresentatività e diritti, perché in realtà non è scritta da Renzi e Boschi, ma dalle lobby finanziarie degli Usa. Quelle che da anni pensano che la nostra costituzione garantisca troppo diritti e lavoro».
A tutte queste ragioni, se ne aggiungeva un’altra: l’opposizione a Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei ministri e principale promotore della riforma. L’ex sindaco di Firenze, infatti, fece della battaglia referendaria una sua battaglia personale, giungendo a personalizzarla e promettendo dimissioni in caso di sconfitta. Cosa che avvenne.
Si recò al voto il 68,49% (62,89% a Bitonto). Un dato importante, alla luce del persistente calo dell’affluenza e dell’assenza di quorum, essendo un referendum costituzionale e non abrogativo. Il 59% dei votanti (69,85% a Bitonto) bocciò la riforma di Renzi che, di conseguenza, rassegnò le dimissioni. Un risultato che sancì inesorabilmente la fine della fase di popolarità di cui aveva goduto negli anni precedenti.
Alla guida dell’esecutivo lo sostituì Paolo Gentiloni, fino alla fine del mandato, nel 2018, quando, in seguito alle politiche, fu nominato capo del governo il pentastellato Giuseppe Conte.