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Home » L’Elzeviro/Anche voi, o genitori, tirate fuori dalla vita i vostri figli!

L’Elzeviro/Anche voi, o genitori, tirate fuori dalla vita i vostri figli!

Cosa mostrano, manifestano, rivelano quei padri, quelle madri che massacrano i loro figli? Interroghiamoci

Gaetano Avena by Gaetano Avena
4 Gennaio 2015
in Cultura e Spettacolo
L’Elzeviro/Anche voi, o genitori, tirate fuori dalla vita i vostri figli!
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“…/sì come quando il colombo si
pone /presso al compagno, l’uno a l’altro pande /girando e mormorando,
l’affezione /…
”. (Dante, Par. XXV, vv. 19 – 21) “Pande”: mostrare, manifestare,
rivelare. 

Cosa mostrano, manifestano, rivelano quei padri, quelle madri che
massacrano i loro figli?
Che sono soggetti “borderline”, quanto
meno, cioè, non esattamente definibili, trovandosi in una posizione
intermedia tra due condizioni o stati definiti, al limite tra la normalità e la
patologia.

 “Sed”, non di rado, sono soggetti, già, seguiti da strutture
psichiatriche. Come la madre di san severino marche, separata dal marito, in causa
col marito per l’affido del figlio tredicenne che ha ucciso con una coltellata
al cuore.
“Sono contenta di averlo fatto”, ha proclamato ai carabinieri la
matricida, inconsapevolmente, mettendosi nei panni della Medea di Euripide che,
al termine della omonima Tragedia, pur ammettendo di soffrire, Si dichiara,
comunque, soddisfatta per la sofferenza al marito giasone causata. La Medea del Mito e della
Tragedia di Euripide, dopo essere stata rifiutata da giasone, uccide per
vendetta prima l’ex sposo, poi, la sua nuova sposa, infine, i figli avuti con giasone
per sterminarNe la discendenza.

I figli sono visti come oggetti, cose, di cui
si rivendica la esclusiva proprietà e uccidere il figlio, la figlia, i figli è
come usare uno strumento di potere nei confronti dell’altro coniuge, da cui un
padre o una madre si è allontanato/a. Ecco, il delirio di onnipotenza che un
padre o una madre evidenziano, nel farsi giudici supremi di vita o di morte dei
loro figli. Atteggiamenti che riscontriamo nella leggendaria lucrezia, madre
dei gracchi, che, orgogliosamente, sbatteva in faccia ai suoi interlocutori che
i suoi figli erano i  suoi veri,
inestimabili gioielli; nel “pater familias” romano il quale si considerava il
padrone di tutti i componenti il suo “clan”: dai figli, alla moglie, ai buoi,
agli schiavi e nella sua preghiera a giove c’era una sorta  di elenco gerarchico a cui il “leader” degli
dei doveva dispensare la salute fisica (ai figli, di seguito alla moglie, ai
buoi, agli schiavi) tutti, a vario titolo, indispensabili alla felicità della
patriarcale istituzione. Non tutte  le
madri o i padri abbandonati dalle rispettive “metà” uccidono i figli; quando
tanto obbrobrio si verifica ci troviamo di fronte a personalità,
psicologicamente, disturbate, senza ombra di dubbio o, ripetiamo, “borderline”,
impedite nel dare equilibrio alle loro emozioni o a forme di depressione che,
negativamente, brillano in seguito alla separazione.

Oltre alla “Sindrome di
Medea”, c’è la “Sindrome di Munchausen per procura”, ovvero i genitori
s’inventano malattie, di cui il proprio figlio soffrirebbe, si pongono o si
propongono in posa di méntori della “ipercura” nei suoi riguardi, arrivando a
sottoporlo ad interventi terapeutici inutili, danneggiandolo in modo letale,
perfino. Tipica azione omicidiaria del figlio o della figlia è quella che ha la
sua scaturigine dalla depressione ”post partum”, definita “la ladra che ruba la
maternità”, cosicché,  la puerpera non si
“dona”, istintivamente, al figlio, lo rifiuta, può arrivare ad abbandonarlo, a
sopprimerlo.

Marida Lombardo Pijola, Rifacendosi agli americani, Appella
l’abisso di codesta forma di depressione “baby blues, come se fosse un pezzo
musicale”. Dall’atteggiamento nei riguardi della propria creatura di madri
siffatte Impariamo la Verità
che fare la madre o il padre non è un’attitudine innata; tutto ciò che all’uomo
appartiene è una impegnativa Conquista. S’impara ad essere padre e madre,
mentre la più parte dei maschi e delle femmine pensano, presumono di esserlo
solo perché, accoppiandosi, gli opposti genitali, deterministicamente, si
mettono in condizione di procreare carne, molto spesso, da macello.

Anche tra
gli animali, che vengono segnalati come
portatori di grande, innato trasporto genitoriale, diciamo, l’uccisione della
prole è molto praticata: ad esempio, la cagna mangia i propri piccoli, quando
si trova in una situazione di “stress”; il leone divora i cuccioli per potersi,
nuovamente, accoppiare con la femmina madre che durante l’allattamento non è,
sessualmente, attiva. Inoltre, ci sono madri che odiano il proprio figlio a tal
punto da cancellarlo, assassinandolo, in quanto la esistenza di esso è legata
ad un episodio traumatico vissuto da loro in passato: di violenza, di stupro.

Il figlicidio non è un crimine trattato solo nella modernità o nella  contemporaneità; la Storia, l’Antichità Greca,
soprattutto, ne sono  inseminate. Le
“Cosmogonie“ e le “Teogonie” pullulano di padri, come crono e urano, che
divorano i loro figli, li sotterrano per timore di essere da essi spodestati.
Nella Tragedia di Sofocle, “Edipo re”, laio, re di Tebe, essendogli stato
vaticinato che sarebbe stato ucciso dal Figlio Edipo, se e quando Costui fosse
diventato adulto, Lo affida a un fido pastore, autorizzandolo a sopprimere la
sua creatura. Il pastore disattende l’ordine del re e Edipo, cresciuto negli
anni e in forze, coinvolto in circostanze, ordite dal fato, senza volerlo, Si
Fa esecutore del vaticinio di morte che pendeva sulla vita del padre.

Non
mancano figlicidi necessari per testimoniare la fede inconcussa a dio o perché
la “ragione di stato” li richiese. Il primo è raccontato nella “Bibbia”, il
secondo da Lucrezio nel “De rerum natura”. A betsabea isacco fu portato da suo
padre abramo sopra un monte nel territorio di moriah per essere sacrificato al
signore che, in seguito ad una esplicita richiesta del patriarca, lo volle
mettere alla prova sulla intensità della sua fede. Vista la grande,
inossidabile fede di abramo, il racconto biblico ci informa che dio risparmiò
la vita di isacco, e al suo posto abramo offrì in sacrificio, in olocausto a
dio un montone che, per caso, era apparso tra le sterpaglie del monte.

Con
Lucrezio Ci Sentiamo di Sacramentare: ”Tam religio potuit suadere malorum” (A
quali e quanti delitti poté spingere la religione!). La flotta greca era ferma
al porto di aulide ché venti contrari ne impedivano la partenza. Il sacerdote
calcante spiegò che l’ira degli dei poteva essere placata se agamennone
sacrificasse sua Figlia, Ifigenia, ad artemide (diana per i romani). Il Mito (Racconto
delle gesta di dei, di eroi leggendari con cui si spiegano, simbolicamente, le
origini del mondo, dell’umanità, di un popolo, di istituti sociali, di valori
culturali, oppure la scoperta di arti, di tecniche, ecc.) e, in particolare, la
sorte di Ifigenia sono stati Riportati in modo diverso dai Poeti Greci e
Latini.

Per il Poeta Romano, Lucrezio,(1° secolo a.c.) il sacrificio di
Ifigenia è il simbolo della crudeltà a cui l’uomo giunge in nome di dio e della
religione, che diventa superstizione e strumento di potere, non fede serena e
rassicurante. “… fu sollevata dalle mani degli uomini e fu condotta tremante verso
gli altari, non perché potesse essere accompagnata in un luminoso imeneo ma
pura impuramente cadesse a terra come triste vittima per il colpo del padre,
affinché fosse data partenza fortunata e favorevole alla flotta.
“Tam religio
potuit suadere malorum
”.

Abbiamo, sopra, Detto che non poche madri non
riconoscono, rifiutano, abbandonano il figlio, frutto, di una violenza, di uno
stupro e, se, pur, lo tengono con loro, gli impongono maltrattamenti psichici e
fisici fino ad ucciderlo. Luigi Pirandello nel 1917 Scrisse una Commedia dal
Titolo “L’innesto” in cui con grande anticipo sulla fecondazione assistita e
l’utero in affitto Sfiora Temi, certamente, troppo avanti rispetto a una
società non in grado di CoglierNE le 
Sfumature e di CavalcarNe gli Interrogativi. Questa Commedia è la Dimostrazione
Incontrovertibile che Ciò che è nel Regno dell’Immaginazione
Poetica è nel Regno della Realtà Scientifica e Tecnologica.  Il Mito di Icaro, Leonardo e i suoi Studi sul
volo degli uccelli, per costruire macchine che l’uomo potessero far volare,
Inverano il seguente Assioma: “Nihil est Scientiae atque Artis in Incremento
quod prius non fuerit in Cogitatione Poetarum
(Niente è nel Progresso della
Scienza e della Tecnica che non sia stato nell’Immaginazione dei Poeti).

Del
resto, Jules Verne con i suoi Romanzi (Viaggio al centro della terra, Dalla
terra alla luna, Ventimila leghe sotto i mari), ambientati nell’aria, nello
spazio, nel sottosuolo, nel fondo dei mari, Ispirò Scienziati e Applicazioni Tecnologiche
delle epoche successive. Ancora, Gli Uomini e le Donne che Vivono nella Poesia
di tutte le Arti Nobili sono di gran lunga più Veri e Reali (Homines sunt et
nihil umani a Se alienum Putant) della gran parte degli sciacquini e delle
sciacquine  con cui i Pochi Giusti e di
Buona Volontà dovettero, devono, quotidianamente, fare i conti. Laura Banti,
recatasi a dipingere in un parco di roma, subisce uno stupro e lei, che in  sette anni di matrimonio non ha avuto figli,
rimane incinta a causa della violenza sessuale.

Il marito Giorgio vuole farLa
abortire, ma Laura non rinuncerà ad essere Madre al punto che preferirà
abbandonare il marito. Allora, Giorgio Capirà che sta perdendo quell’Amore, di
cui ha Goduto solo Lui, che Si Riverbera nel Figlio che deve Nascere. Quell’amore
profondo Lo Farà Sentire come Suo! Ciò che ha subito la Moglie è stato come un
“Innesto” che ferisce la pianta, ma le farà dare nuovi e migliori frutti.

Filippo: A occhio chiuso. Questo
è l’innesto a occhio chiuso, che si fa d’agosto. Perché c’è poi quello a occhio
aperto, che si fa di maggio, quando la gemma può subito sbocciare.

Laura (con infinita tristezza): Ma
la pianta ?

Filippo: Ah, la pianta, per sé,
bisogna che sia in succhio, signora! Questo, sempre, ché  se non è in succhio, l’innesto non lega.

Laura: In succhio? Non capisco.

Filippo: Eh, sì, in succhio. Vuol
dire… come sarebbe ?… in amore, ecco, che voglia…che voglia il frutto che per
sé non può dare!

Laura (interessandosi vivamente):
L’amore di farlo suo, questo frutto ? 
del suo amore ?

Filippo: delle sue radici che
debbono nutrirlo, dei suoi rami che debbono portarlo.

Laura; del suo amore, del suo
amore! Senza sapere più nulla, senza più nessun ricordo donde quella gemma le
sia venuta, la fa sua, la fa del suo amore ?

Filippo: Ecco, così, così.

Tags: bambinielzeviromadri
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