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Home » Quale è il ruolo della guerra nell’economia capitalista? Ne hanno discusso al Circolo Giordano Bruno

Quale è il ruolo della guerra nell’economia capitalista? Ne hanno discusso al Circolo Giordano Bruno

"Non è importante che una guerra sia vinta, ma che duri a lungo"

Michele Cotugno by Michele Cotugno
11 Novembre 2014
in Cronaca
Quale è il ruolo della guerra nell’economia capitalista? Ne hanno discusso al Circolo Giordano Bruno
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Quale è il ruolo della guerra e della produzione di armi e veicoli bellici nell’economia capitalista? Quali sono le virtù inconfessabili del militarismo? Ne hanno parlato Gino Ancona ed Enzo Modugno in un incontro organizzato sabato scorso dal Circolo Giordano Bruno.
“La guerra è strettamente legata al militarismo. La guerra non è solamente quella di rapina che noi spesso intendiamo. Guerra significa anche produzione di armi. La produzione di armi ha la funzione di creare un mercato prima inesistente, alimentando l’economia e attenuando la crisi” introduce Modugno, citando Rosa Luxemburg, la teorica del socialismo rivoluzionario marxista.
Per dimostrare quanto affermato Modugno cita una serie di casi storici, per sottolineare che “l’elemento importante della guerra non è la vittoria, ma la durata”.
“Dopo la crisi del 1929, negli Usa, Roosevelt lancia una serie di politiche ispirate alle teorie economiche di Keynes, al fine di risollevare l’economia – continua -, ma quest’ultima si rialza solo quando si cominciano a vendere armi agli inglesi e successivamente si entra in guerra, in seguito all’attacco a Pearl Harbour. Attacco di cui erano giunte notizie a Roosevelt ben prima che si verificasse, come dimostra il fatto che furono lasciate solo le navi più vecchie, mentre quelle più moderne furono fatte spostare in luoghi più sicuri. Del resto gli effetti del keynesismo militare erano noti anche ad Hitler. C’è chi sostiene che lo scoppio della guerrae la persecuzione degli ebrei furono un modo per saldare l’enorme debito pubblico creatosi con il finanziamento alla produzione di armamenti”.
“Da allora l’America è sempre in guerra” continua l’ospite citando la guerra di Corea, la guerra fredda, al cui interno si colloca anche il conflitto in Vietnam e poi lo scontro con i paesi arabi: “Perché un paese come l’America impiega dodici anni per combattere contro un paese come il Vietnam, grande quanto la Puglia, risultandone poi sconfitto? Era tutto programmato perché la guerra dovesse durare tanto. Come nella seconda guerra mondiale, quando si decise di cominciare l’avanzata in Europa dall’Italia, dalla Sicilia, affinchè tutto procedesse quanto più lentamente possibile”.
E dopo la fine della guerra fredda, quando il nemico comunista viene sconfitto?
“Gorbacev ha fatto il più grande smacco che potesse fare agli Usa, cioè sottrar loro un nemico. Così si dovette identificare subito un altro nemico da combattere: l’Islam. E’ in questo contesto che accadono i fatti dell’11 settembre 2001. Per risollevare l’economia, in preda alla crisi peggiore dal ’29, ci voleva un atto di guerra. E la recente vittoria dei repubblicani alle elezioni di metà mandato significa che le grandi compagnie vogliono un’intervento di terra in Siria. Aspettiamocelo”.
Sulla stessa lunghezza d’onda è Gino Ancona, secondo cui, la ragione dell’utilità della produzione di armamenti per risollevare l’economia è così spiegata: “Se la Fiat produce automobili, le deve pur vendere, e il mercato presenta diverse incognite. Ma se produce carri armati sa in anticipo a chi venderli. E’ un mercato sicuro, come dimostrano gli impegni presi per acquistare gli F35”.
Ma per l’anarchico bitontino i conflitti servono anche come controllo sociale: “Non a caso la prima guerra mondiale iniziò mentre era in atto una rivoluzione reale, grazie al sempre crescente movimento operaio. Non a caso abbiamo visto sparire in Italia il movimento pacifista e nessuna voce si è alzata contro l’operazione Libia”.

Tags: brunocapitalismocircologino anconagiordanoguerra
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