La rubrica intitolata: “L’opificio del Diavolo” ha come principale obiettivo spiegare e riportare scoperte storiche e scientifiche spesso in disaccordo o ritenute scomode dalla cultura ufficiale e illustrare curiosità comunemente ignorate dai mezzi di informazione classici.
Ringrazio innanzitutto Alessandro Intini, Editore della testata Da Bitonto e il Direttore Mario Sicolo, per aver creduto nel valore di un metodo divulgativo in controtendenza con la prassi giornalistica consueta.
Ufo, Scienza e Burle
“Ladies and Gentlemen, vogliate scusarci per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della “Intercontinental Radio News. Alle 7.40 ora centrale, il Professor Ferrel, dell’Osservatorio di Mount Jennings, ha rivelato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute ad intervalli regolari sul pianeta Marte. Le indagini spettroscopiche hanno stabilito che il gas in questione è idrogeno e si sta muovendo verso la Terra ad enorme velocità….”
Questo radiomessaggio, che generò un’ondata di panico e di psicosi di massa, trasmesso il 30 Ottobre 1938, fu quello che tutti ritengono essere stato uno dei più eclatanti scherzi del ventesimo secolo, che invece di aprire all’autore, Orson Welles, le porte della galera, gli spalancò quelle di Hollywood.
È diffusamente noto che successivamente a questa burla, il regista americano, produsse e distribuì nel lontano 1953 l’acclamato film “La guerra dei mondi”, che si impose nelle sale cinematografiche di mezzo mondo, ma quello che molti ignorano è che il testo originario da cui il produttore cinematografico statunitense trasse ispirazione per questa pellicola, capostipite del genere fantasy, è stato scritto dal britannico Herbert George Welles e che la bizzarra omonimia tra i due autori ha confuso la reale paternità dell’opera.
Herbert George Welles non scrisse solamente “La guerra dei mondi”, che spinse Orson Welles all’ideazione del suo ingegnoso scherzo e alla realizzazione del celeberrimo film, ma anche libri come “L’uomo invisibile” e “La macchina del tempo”, che ricevettero il giusto riconoscimento di pubblico un secolo dopo.
Vorrei quindi richiamare l’attenzione su come quest’autore sia stato il primo ad affrontare, sebbene in veste fantascientifica, con il libro “La macchina del tempo”, pubblicato nel 1895, il principio fisico della quadridimensionalità del tessuto spazio-temporale che combina le quattro dimensioni classiche di spazio e di tempo in unica entità composta da quattro dimensioni e che negli anni trenta fu confermata matematicamente dal fisico Albert Einstein con la teoria della Relatività Ristretta.
Questa visionarietà, comune agli scrittori di fantascienza, dimostra e chiarisce come questi lavori di immaginazione, che galleggiano come un’astronave nella dimensione del plausibile, costituiscano quell’arco teso che, al vaglio dei riscontri storici prodotti, hanno condotto, non di rado, alla realizzazione di teorie, modelli e applicazioni ingegneristiche moderne.