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Home » Ezio Schiavulli, “nato tra le cosce della terra” di Puglia, si racconta al “da Bitonto”

Ezio Schiavulli, “nato tra le cosce della terra” di Puglia, si racconta al “da Bitonto”

L'artista: "Bitonto l’ho trovata una città in evoluzione…" Guarda l'intervista video: https://www.youtube.com/watch?v=QLDMx8aoQCI

Viviana Minervini by Viviana Minervini
20 Gennaio 2015
in Cultura e Spettacolo
Ezio Schiavulli, “nato tra le cosce della terra” di Puglia, si racconta al “da Bitonto”
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Sabato
sera al teatro “Traetta” andrà in scena “Nete Jinte o Pecciöne Terre”
(Nato tra le cosce della terra), spettacolo di quattro danzatori, sostenuti da
una creazione musicale inedita e live del gruppo etno – folk italiano “U’Munacidde”.

Il
lavoro musicale, risultato di una lunga ricerca tra canti e musiche di una
Murgia dimenticata, correda la creazione coreografica che concentra sul
palcoscenico un’energia naturale che trasforma il ritmo in movimento.

Il
progetto coreografico nasce dall’estro della produzione Compagnia Stabile di
Danza “Ezio Schiavulli” e Association Expresso Forma, di cui lo
stesso Schiavulli è fondatore in Francia.

Il
“da Bitonto” ha incontrato, durante le prove – svolte in una scuola di danza
bitontina – l’artista per una intervista.

Lo spettacolo “Nato
tra le cosce della terra” nasce nel 2007 a Parigi, cosa ti premeva raccontare?

«Volevo
raccontare il mio Sud
– spiega Schiavulli – e
ho chiesto a “
U’Munacidde” una loro musica inedita, ricercata, non banale. Non solo musica, però, i musicisti
sono presenza scenica di grandissimo sostegno. È come se sul palco non ci
fossero solo quattro ballerini, perché assieme a loro ci sono anche gli 8
componenti della band».

Qual è la vera fortuna
di questa meraviglia che ha ottenuto riconoscimenti anche dall’Asia Foundation?

«Parla di terra ed è
fatto di terra. Ci sono tre moduli che la lasciano cadere della terra dall’alto
come se fosse una grotta che si sta sgretolando. E poi è ancestrale, materna,
reale, vera».

Il tema della
maternità, però, nelle tue opere torna spesso: è successo anche per “Mademoiselle”…

«Per “Mademoiselle” mi
sono ispirato a “Casanova” di Federico Fellini ad un uomo che viveva un amore
fragile, ma forte e viscerale in realtà solo per sua madre. Nel mio spettacolo,
però, la protagonista è una donna».

A Bitonto, Santo
Spirito e Gravina nelle scuole di danza delle insegnanti Leccese, Patimo e
Ronzano, stai svolgendo un’attività di workshop, partita la scorsa domenica e
che continuerà fino a maggio. Cosa ti porta a voler insistere sul valore
pedagogico della danza?

«Lavoro sulla danza.
Non sono un docente tecnico ma cerco la sensibilità dei ragazzi (tutti tra i 16
e i 30 anni), li accompagno in un percorso in cui devono curare la qualità del
movimento, devono creare uno stile personale, entrare – appunto – a contatto
con la terra, con il suolo che loro sfiorano».

Tu quando hai
cominciato? Il tuo è stato un naturale allontanamento o una fuga da questa
realtà?

«È partito tutto molto
per caso. Mi sono avvicinato tardi all’arte, è stato quasi un naturale
proseguire gli studi post diploma: in realtà sono un perito tecnico industriale
e non avevo mai pensato, forse, di fare il ballerino.

Mi sono ritrovato da
Gravina (città d’origine di Ezio, ndr) a studiare danza ad Altamura e poi di
lì, l’incontro con Susanna Beltrami e la borsa di studio vinta per tre anni a
Milano».

Lavorando molto all’estero,
quale grande differenza hai trovato in Italia?

«Sul territorio
parigino ho lavorato tantissimo e mi sono detto perché non portare tutto questo
nella mia Puglia? Quando sono tornato è stato come ritornare e riconoscere una
madre con una volontà in più, un senso professionale. Ora la cosa essenziale da
capire – e che all’estero è ormai chiaro – che per fare dell’arte non occorre
essere ricchi e che solo facendo rete tra associazioni e scuole si riesce a far
diventare un grande problema, un piccolo problema; un piccolo risultato, un
grande successo».

Progetti per il futuro?

«Ho scritto una nuova opera: “Come le docce nei motel”. Racconta la
patologia sociale della solitudine; la società ora si muove abbandonando
individui che si sentono sempre più soli. Sulla scena voglio proiettare a 360°
quello che accade ai volti delle persone. I motel ci sono per il tempo effimero
che si svolge al loro interno e per l’utilizzo dell’acqua calda e fredda che si
allontana e si avvicina a seconda di quel che fa il vicino ed è come per i
rapporti umani».

Tornerai a Bitonto?

«Volentieri! Bitonto l’ho
trovata una città in evoluzione… e poi avete partorito il mio tecnico luci che
mi ha sempre seguito anche in Francia, Fabio Fornelli».

 Intervista video: https://www.youtube.com/watch?v=QLDMx8aoQCI  

Tags: ballerinibitontodanzagravinaParigi
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