A volte Wimbledon sa essere, a suo modo, “selvaggia”. In barba al protocollo, alla deontologia british, alla Regina consorte, al total white che abbiglia i racchettari.
E a tutto il resto, che a quelle latitudini fa molto Brit Style. La compostezza degli astanti, dei commessi e persino dell’aria che tira, un self-control che si vuole congenitamente real-britannico, ha fatto volentieri spazio, nei giorni scorsi, alla FERYnità di una tifoseria che, volendo, sa anche scomporsi, andando ben oltre il “niente-sesso-siamo-inglesi”, allorquando scopre un novello idolo home-made, grazie ai cui successi sfogare le frustrazioni (e i dolori) della Giovane e sempre Perfida Albione post-Brexit.
E “selvaggia” è pure la Card che permette al semisconosciuto autoctono ARTHUR FERY d’incunearsi, dai meandri oscuri dell’ultracentesima posizione nel ranking, sua dimora d’elezione fino a ieri l’altro, su-su fino alla camera della semifinale slam, con vista sulla finale. Lo si è visto l’altra sera, il Fery, battersi con anglica tenacia e vincere contro il più bello di tutti, di questi tempi, sull’erba di Wimbledon, quel Grigor Dimitrov che quest’anno pareva lanciatissimo verso la rivincita (presumibilmente in finale) contro Sinner che aveva vinto, per ritiro del bulgaro, lo scorso anno.
E invece no. No, poiché il tennis è il più volubile degli sport, e tu, che sei solo sul court, devi essere sempre a mille se vuoi che il pronostico, a braccetto colla dea bendata, ti arrida. Si può perdere anche da un ultracento, da una Wild Card, in modo inaspettato. Anzi, “selvaggio”.
Arthur Fery, dunque. Non un Granatiere di Sardegna, coi suoi 175 cm di altezza distribuiti tra genìa londinese e stirpe transalpina. Padre multimiliardario gestore di Hedge Fund, madre ex tennista senza infamia e senza lode, Arthur è di casa a Wimbledon, avendo frequentato le prime scuole proprio là vicino, a neanche un miglio dall’All England Club. Poi, il college negli States alla Stanford, dove il Nostro fa due passi e un po’ di strada nel tennis universitario, che da quelle parti fa curriculum più della letteratura e della matematica. Vince qualche Challenger, e poi arriva la manna dal cielo, la Wild Card galeotta che lo condurrà dal Grass londinese ai lidi più esclusivi dell’Atp, cioè tra i primi cinquanta tennisti in classifica. A fare le spese di tutto questo, intanto, è stato ai quarti il buon Flavio, (Cobolli) reduce dai fasti parigini del Roland Garros. Wimbledon è al suo atto conclusivo, il più intrigante, il più bellico, che vede sul proscenio le primedonne della pallacorda. Semifinali, Venerdì questo: tabellone con Fery-Zverev da un lato e Sinner-Djokovic dall’altro. Finale il 12 Luglio, giorno del 24mo compleanno di Fery. Ventiquattro candeline e un desiderio. Zverev, Sinner e Djokovic permettendo…
















