Filippo Volandri merita più di una nota di riconoscenza.
Livornese, classe 1981, ha sempre avuto, da giocatore, quell’animus pugnandi che gli ha permesso di essere quasi sempre a ridosso dei migliori al mondo e di togliersi, di tanto in tanto, certe soddisfazioni. Una capitò nel Maggio del 2007, quando violò la maestà di Re Roger Federer in un memorabile incontro vinto sulla terra rossa del Foro Italico. Ieri, sùbito dopo aver conquistato, da allenatore, la terza Insalatiera d’Argento, l’emozione intensa, più di quella provata per le vittorie del 23 e 24, si è diluita in un pianto liberatorio.
E in effetti non è stata impresa facile. Nelle Final Eight, le vittorie contro Austria, Belgio e Spagna non sono state tranquilli pellegrinaggi in vista del Paradiso, semmai discese ardite e risalite prima della gloria dei secoli, che di questi tempi veste di magnificenza le imprese dei nostri tennisti.
Berrettini, Cobolli, Sonego, Bolelli e Vavassori, non c’è stata sfida in cui il coach abbia lesinato un consiglio, una parola opportuna, un sussurro paterno insinuatosi nella volontà dei giocatori, pur nella bolgia della bolognese Super Tennis Arena.
Siamo campioni, pare. E per ora nessun tormento può seguirci fin lassù, in vetta. Il vento è davvero cambiato, quel vento sibilante che ha attraversato per anni foreste povere e oscure, oggi attraversa terre sognanti in una luce senza confini. Ce n’è voluto per arrivarci: forse, sì, i nostri tennisti sono proprio come quei pellegrini testé evocati, che durano e durano, e seguitano imperturbati nel loro cammino. In fondo, hanno ragione: c’è sempre un Paradiso da raggiungere…

















