Non è stata un’intuizione estemporanea, un verso sparso o un picco di creatività massima.
La vittoria di ieri di Jannik Sinner nell’Atp Finals (battuto Alcaraz due set a zero) è un viaggio lungo almeno due anni, senza posa, né tentennamenti, un poema della volontà scritto col desiderio di trionfo che solo un’eccellenza antica che sappia albergare nell’animo gentile di un professionista può generare.
Vincere per due anni le Finals significa inanellare 10 vittorie consecutive contro le massime espressioni tennistiche del pianeta Terra, senza mai perdere un set.
Qui non è la cronaca che rileva. Si sta parlando di un ragazzo che ha impresso un’orma impavida sul cammino sempre impervio di una carriera sportiva e di una vita, disseminato di misteri e di sogni lontani, di solitarie vittorie e inopinate débâcle, di silenzi, di stanchezze, vuoti d’animo, smarrimenti. Senza mai fuggire. Fuggire magari nell’agio, nel porto sicuro dei primi successi, o nella pace della rassegnazione.
Jannik Sinner è più di un episodio della storia sportiva italiana. Come Dante, ha cercato, e trovato, la poesia nell’eroica sfida alle tentazioni dell’ignavia e dell’improvvisazione, e senza dover spiegare al vento bandiere di vanità o di alterigia persino comprensibili.
In questo atteggiamento principesco è la misura della figura di Jannik Sinner, che ora può guardare da lassù i confini del suo regno sconosciuto che cinge territori di consenso, lealtà, incomprensioni, diffidenze.
Le Atp Finals conclusesi trionfalmente ieri sono gli highlights di tanto sacrificio, di tanta vita in cui amore e frustrazione, scelte e rinunce si fondono in un ideale alto di bellezza.
Noi, beati, non possiamo che silenziosamente ammirare…

















