Rubrica a cura di Gaetano Labianca
La saga di Toy Story rappresenta per la Pixar non solo un caposaldo artistico, ma anche una certezza in termini di incassi. Ogni qualvolta lo studio si trova in crisi, rispolvera il franchise e mette in lavorazione un nuovo capitolo.
La storia, a mio modesto parere, si sarebbe dovuta concludere con il magnifico terzo film, capace di mettere un impeccabile punto di chiusura al rapporto tra l’adolescente Andy e i suoi giochi. Ma il business è business: la Pixar ha scelto di proseguire la saga con un quarto capitolo (rivelatosi un enorme successo commerciale) e adesso arriva in sala con questo quinto lungometraggio.
Questa volta, la novità che minaccia il rapporto tra i giocattoli e la loro nuova padroncina è la tecnologia; nello specifico, un tablet che irrompe nella quotidianità con funzionalità pronte a soppiantare i vecchi passatempi. All’interno della trama si crea così un dualismo tra mondo analogico e digitale. Si tratta di un tema molto interessante, che pone da una parte il gioco inteso come atto creativo e dall’altra l’intrattenimento elettronico, basato su meccanicità e connessione costante.
Tuttavia lo spunto, seppur di partenza stimolante, scivola troppo nel paternalismo e in un approccio quasi reazionario, demonizzando la novità invece di provare a far convivere e integrare i due mondi. Fin dal capostipite, il fulcro di Toy Story è sempre stato il contrasto tra “giocattoli vecchi e nuovi”, ma i primi film lavoravano su questa rivalità arrivando a una sintesi perfetta e conciliante.
Quello che si è perso in questi ultimi capitoli è anche la centralità del gruppo. Il film si concentra solo su tre o quattro personaggi (Buzz, Woody e Jesse), tralasciando il resto del cast nella sua interezza. Nei capitoli precedenti, il senso di comunità era l’elemento che accendeva l’interesse per la storia e per il suo intreccio: i personaggi agivano insieme per migliorare le condizioni della collettività a cui appartenevano.
Il film resta comunque indubbiamente gradevole e ben confezionato per il target di riferimento; intrattiene il giusto e regala alcune scene commoventi basate sul tema dell’abbandono, ovviamente riportato al mondo dei giocattoli. Ciononostante, non è minimamente paragonabile alla trilogia originale, che rimane, ancora oggi, una delle vette più alte del cinema d’animazione
















