Rubrica a cura di Gaetano Labianca
Dove eravamo rimasti? Nel 2006 faceva capolino nei cinema di tutto il mondo un film che sarebbe diventato un cult assoluto, “Il diavolo veste Prada”. Merito di quel film fu l’aver lanciato definitivamente le carriere di Anne Hathaway ed Emily Blunt, ma soprattutto l’aver fatto diventare una superstar Meryl Streep, che difficilmente partecipava a questo genere di film “blockbuster”.
Il primo film finiva con il personaggio della Hathaway (Andy) che lasciava la famosa rivista “Runway” per seguire la propria strada come giornalista, distaccandosi dunque dal famigerato personaggio di Miranda Priestley (Meryl Streep), palesemente ispirato ad Anna Wintour, direttrice storica di Vogue.
In questo secondo film Andy è effettivamente diventata una giornalista di successo, ma per una serie di vicissitudini finirà per tornare dove tutto è iniziato, ovvero alla rivista “Runway”, ormai finita in totale decadenza a seguito di uno scandalo.
Nonostante non reputi il primo film un capolavoro (ma nemmeno un bel film), avevo trovato calzante la scelta di affidare il ruolo della Priestley a Meryl Streep. Il primo “Il diavolo veste Prada” era sostanzialmente una commedia ambientata nel mondo della moda, ma la forza del personaggio della Streep era tale da portare il film a parlare del ruolo della donna all’interno di contesti aziendali e di potere, una cosa che oggi può sembrare attuale ma che a quel tempo era abbastanza rara.
Ne “Il diavolo veste Prada 2” invece si sente proprio la mancanza di quel conflitto, che viene colmato da una collaborazione tra i due personaggi, costretti a unire le forze per combattere qualcosa di più grande, vale a dire i soliti cattivi capitalisti. Con le premesse odierne c’erano tutti i presupposti per fare un film interessante e accattivante sull’editoria, sulla finanza, sul mondo dei social, sulla moda e soprattutto sul panorama lavorativo attuale tra vecchie e nuove generazioni.
Tutte premesse disattese. Nel film c’è qualche scambio di battuta al vetriolo di grande effetto, ma poi zero ironia e mordente. Soprattutto c’è fin troppo buonismo, cosa che il primo film non aveva, dato che, come detto, finiva con la separazione tra le due protagoniste e lasciava anche alcune situazioni sentimentali aperte.
Oltre queste letture squisitamente personali, non ho affatto apprezzato come è stato scritto, perché è tutto molto verboso, pronto ad imboccare lo spettatore raccontando per filo e per segno ogni volta cosa è successo ai personaggi nell’arco di questi 20 anni.
Delusione anche per il comparto dei costumi. Per carità, abbiamo un’abbondanza di abiti, ma proprio perché ce ne sono troppi si perde ogni sfumatura ed ogni significato della moda. Rimane solo una vetrina espositiva senza quell’effetto scioccante che aveva il primo film; ma soprattutto gli abiti ed il gusto per il vestire perdono il loro significato all’interno della narrazione del film, che si dovrebbe basare principalmente sul concetto di moda.
Sono abbastanza sicuro però che questo film farà molto bene al botteghino. Molte persone correranno a vederlo spinte dall’effetto nostalgia. E sono anche abbastanza certo che piacerà a molti in quanto è un film che scorre via tranquillamente per tutte le sue due ore di durata.
Se cercate qualcosa di comodo come la fast fashion allora questa pellicola è su misura per voi.
















