Rubrica a cura di Gaetano Labianca
Con Odissea, Christopher Nolan affronta quella che per decenni è stata considerata una delle imprese più ardue del cinema: adattare il poema di Omero senza ridurlo a un semplice film d’avventura. Il risultato è un kolossal della durata di 3 ore imponente che, sicuramente cambia alcune cose dando nuovi spunti, ma rappresenta uno dei motivi per cui ancora ha senso andare al cinema.
Al centro della storia c’è Ulisse, un eroe distante dall’immagine tradizionale dell’invincibile guerriero. Nolan preferisce raccontare un uomo logorato dalla guerra, costretto a confrontarsi con il peso delle proprie scelte più che con i mostri del mito. È una lettura profondamente umana del personaggio, in cui il viaggio verso Itaca diventa soprattutto una lenta riconquista della propria identità. La riscrittura del personaggio chiude il cerchio emotivo e concettuale del suo precedente capolavoro, Oppenheimer.
Se in Oppenheimer il regista esplorava la psiche del fisico che ha consegnato all’umanità l’arma della propria distruzione (l’atomica), in Odissea la figura di Ulisse (interpretato da un eccellente Matt Damon) incarna la variante arcaica di quella stessa maledizione titanica.
Entrambi i film mettono al centro due geni schiacciati dal peso morale delle proprie creazioni. Creazioni che pongono fine alla guerra nell’immediato, ma a un costo atroce. Se il “Prometeo americano” è tormentato dalla visione del fuoco nucleare che divora il futuro, l’Ulisse di Nolan è invece perseguitato dal sangue di Troia. La sua lunga odissea verso Itaca non è soltanto un viaggio fisico tra mostri ed elementi della natura, ma una punizione e un tentativo di espiazione per la strage causata dalla sua stessa genialità.
Nolan non cerca la fedeltà letterale al poema, ma ne conserva il nucleo più profondo. Scelta che farà sicuramente storcere il naso ai puristi, già critici verso la caratterizzazione di alcuni personaggi e le molte libertà creative della sceneggiatura.
Ciononostante, è impossibile non rimanere affascinati dalla narrazione: Christopher Nolan firma un’opera spettacolare e visceralmente autoriale, capace di dialogare con il cinema epico del passato senza rinunciare alla propria cifra stilistica. Non è un film perfetto, ma è probabilmente il suo progetto più ambizioso e riuscito sul piano tecnico. È apprezzabile soprattutto la continuità con Oppenheimer e la rinnovata fascinazione del regista per le figure tragiche: uomini capaci di cambiare il mondo, solo per ritrovarsi infine schiacciati dalle conseguenze del proprio genio.
















