Rubrica a cura di Gaetano Labianca
“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”. È questo il celebre slogan del film fantascientifico Alien del 1979. Una frase inquietante che sottolinea l’isolamento, il vuoto cosmico e l’assoluta vulnerabilità dell’essere umano di fronte all’universo.
Non solo Alien, ma grossa parte dei film quando toccano la scienza o la fantascienza hanno a che fare con temi di angoscia o di terrore, soprattutto se consideriamo che nella maggior parte dei casi i protagonisti lottano per la propria sopravvivenza o per quella dell’umanità.
Apparentemente anche l’Ultima missione va verso quella direzione, il film infatti parla dell’insegnante di scuola Ryland Grace (Ryan Gosling) che si risveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole e quindi dell’estinzione dell’umanità.
Il film non è inedito, ma è tratto da un romanzo del 2021 “Project Hail Mary” di Andy Weir, scrittore che aveva già ispirato un altro film, ovvero “The Martian” di Ridley Scott anch’esso con lo stesso tono esaltante nei confronti della scienza dato che narrava l’odissea di un astronauta che doveva imparare a sopravvivere sul pianeta rosso.
Nonostante la portata dell’avventura il film vira su un approccio positivista esaltando la ricerca e la scoperta scientifica. Anche se abbiamo ben presente l’importanza della posta in gioco di questa missione risulta impossibile non rimanere affascinati da tutte quelle scene in cui il protagonista sperimenta e cerca di arrivare a possibili soluzioni grazie ad una serie di esperimenti o intuizioni.
Tutte le scene che riguardano questi aspetti sono cosparsi di gioia. Gioia di scoprire cose mai viste, l’interesse nell’affrontare l’ignoto e lo stupore delle possibilità della scienza.
Lo stesso protagonista è il cuore pulsante di tutto il film. Ryan Gosling regge alla sua maniera tutta la storia, e lo fa non come eroe solitario e senza macchia che si sacrifica individualmente per una giusta causa, ma lo fa come uomo insicuro che perde la sua fragilità nel corso della storia fino ad evolversi e a migliorarsi. Soprattutto l’intera posta in gioco non si regge solo e soltanto su di lui, anche il supporto dei vari personaggi secondari da quell’idea di ottimismo nella ricerca scientifica collettiva.
Questo risvolto non sarebbe possibile con una sceneggiatura molto forte ed eccellente nel tenere sempre alto l’interesse ed il ritmo, grazie soprattutto al sapiente utilizzo di elementi narrativi sotto forma di flashback.
Insomma siamo di fronte ad una buona opera di intrattenimento che coinvolge e diverte, ma soprattutto lo fa con un sotto testo non banale: la salvezza si può ottenere solo attraverso la conoscenza.
(Se vi è piaciuto L’Ultima missione potrebbero piacervi anche: Ad Astra, The Martian, Sunshine)













