Rubrica a cura di Gaetano Labianca
“Chi controlla i controllori?» si chiede Giovenale nella sesta delle sue Satire. Una domanda retorica che interroga sulla necessità di supervisionare chi detiene il potere per evitare corruzione e abusi.
Una situazione paradossale in cui per l’appunto un custode ha bisogno di un altro custode. Tuttavia sono in molti a ritenere che, in particolari circostanze, ci debbano essere i presupposti per cui un controllore abbia bisogno di essere controllato a sua volta in un sistema di autoregolamentazione.
E’ un tema molto attuale e assolutamente calzante con il film francese “Il caso 137” del regista Dominik Moll. Quest’ultimo si era già occupato di thriller polizieschi in particolare con l’ultimo suo film “La notte del 12”, un polar clamoroso che si concentrava non solo sulle indagini della polizia, ma gettava un’ombra sul torpore dell’umanità che scivola sempre di più nella grettezza e brutalità.
“Il caso 137” (Dossier 137 in originale) racconta sempre la storia di una indagine, ma questa volta da parte non di un piccolo commissariato di polizia, ma da parte dell’ispettorato nazionale della polizia francese, ovvero quell’organo che si occupa di indagare su eventuali abusi e scorrettezze da parte delle forze dell’ordine. Il film prende spunto da fatti reali accaduti nel 2018 con le proteste da parte dei gilet gialli, ma si sofferma su un evento fittizio ovvero il ferimento di un manifestante colpito da un colpo sparato (per sbaglio?) da parte di un agente di polizia.
L’ispettrice Stéphanie viene scelta per fare il controllore dei controllori, vale a dire indagare, ed eventualmente sanzionare, i presunti crimini degli agenti.
Seguiamo tutto il caso dalla sua prospettiva, ne seguiamo anche scorsi della vita privata, ma in particolar modo andiamo dietro i vari interrogatori, la ricerca di prove e la visione di video. La messa in scena del regista è assolutamente delicata, anche perché il tema è strettamente politico perché va a mettere in discussione non solo l’operato della polizia, ma anche il rapporto con i cittadini che dovrebbero essere difesi da loro. Ed è proprio qui che il regista ci mostra tutte le varie contraddizioni del sistema, lo fa lucidamente andando anche ad anticipare quanto visto negli scorsi mesi negli Stati Uniti a Minneapolis. Il tutto contribuisce a mostrarci la frattura tra cittadini ed istituzioni, lo Stato innanzitutto, ma anche le forze dell’ordine. Il film non racconta una semplice storia dividendo tutti in buoni e cattivi, ma si sofferma sull’importanza della giustizia che deve essere interpretata anche onorando i valori delle forze dell’ordine che dovrebbero tutelare e mai schiacciare i cittadini.
Perché è da qui che inizia il distacco tra le istituzioni ed il cittadino, quando lo Stato smette di ricercare la verità e la chiarezza, preferendo autoassolversi e trincerarsi in una (falsa) tutela corporativista. Cosa che la protagonista non fa, anzi si fa carico con sete di giustizia e di verità proprio di rispondere a quella domanda retorica di Giovenale “Se non lo faccio io, chi controllerà i controllori?”
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