Rubrica a cura di Gaetano Labianca
Nato dal recupero e dal rimaneggiamento di una sceneggiatura incompiuta di Bernardo Bertolucci, il film tenta di riprendere l’impostazione stilistica in interni tipica delle sue ultime opere (come Io e Te), nate anche per adattarsi ai problemi di salute che gravavano sul maestro negli ultimi anni di vita. La storia segue la quotidianità claustrofobica di un produttore musicale costretto a vivere barricato in casa a causa di gravi dolori alla schiena, assistito sia dal punto di vista medico che emotivo da un’infermiera.
Per quanto voglia cercare di riprendere spunti dalla cinematografia del regista premio Oscar, il risultato è quello di un’opera semplicemente non interessante e sviluppata male. La narrazione scivola su se stessa senza andare mai da nessuna parte, ingabbiata in un contesto da camera che risulta visivamente presuntuoso ed emotivamente fastidioso da digerire.
The Eco Chamber si riduce al ritratto fin troppo compiaciuto e snob di un’élite iper-borghese che si strugge per i grandi drammi del pianeta sorseggiando vino da 150 euro a bottiglia, comodamente sprofondata su divani di lusso con i quadri di Rembrandt ad arredare lo sfondo.
Pallaoro firma un esercizio di stile paralizzato ed esasperante, dove la lentezza viene spacciata per rigore morale e l’apatia dei protagonisti per sofisticata sofferenza esistenziale. Non c’è un briciolo di vita, di carne o di reale tensione drammatica: solo un guscio vuoto che pretende di fare arte soffocando lo spettatore sotto la cenere del proprio egoismo intellettuale.
Nemmeno le buone interpretazioni di Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon riescono a tenere a galla un film profondamente carente dal punto di vista narrativo.
Piccola nota a margine: le critiche che questo film ha ricevuto ben prima di arrivare al Festival del Cinema di Venezia sono legate al tax credit. Difatti il film fu inizialmente escluso dai fondi pubblici causando sdegno e scandalo per un’opera tratta “dall’ultima sceneggiatura di Bertolucci”. Un’indignazione che nasce dall’ennesimo ed equivoco analfabetismo economico: la pretesa che le casse pubbliche debbano elargire “premi al merito artistico” o medaglie alla reputazione degli autori.
Il Tax Credit — e questo non ci stancheremo mai di ripeterlo ai populisti da tastiera — non è un premio di consolazione a fondo perduto per l’arte, bensì una leva di politica industriale a tutti gli effetti. Lo Stato sostiene l’impresa economica per stimolare il settore, muovere maestranze, attrarre capitali e creare un indotto economico reale sul territorio.
Struggersi per il non finanziamento di questo film porta poi ai soliti mostri, ovvero le litanie del “diamo soldi a film che non vede nessuno” da parte degli pseudo-tuttologi del web.

















