di Gigi Antonucci
Il debutto omonimo dei Led Zeppelin, pubblicato nel gennaio del 1969, non è soltanto un disco: è l’istante preciso in cui il blues britannico si è trasformato in ciò che il mondo avrebbe presto chiamato hard rock. Registrato in appena 36 ore agli Olympic Studios di Londra, l’album cattura l’urgenza viscerale di una band che aveva già trovato la sua forza esplosiva prima ancora di firmare un contratto.
L’apertura con Good Times Bad Times chiarisce subito le regole del gioco: la batteria di John Bonham è tellurica, con colpi di cassa doppi che sfidano le leggi della fisica dell’epoca, mentre il basso di John Paul Jones tesse una trama melodica e solidissima.
Ma è l’interazione tra la chitarra di Jimmy Page e la voce di Robert Plant a ridefinire i canoni del genere. Plant non si limita a cantare; il suo è un urlo primordiale, erotico e disperato, che trova in Page il partner ideale. L’album vive di contrasti dinamici estremi Brani come Babe I’m Gonna Leave You alternano arpeggi acustici di una bellezza spettrale a esplosioni elettriche devastanti. La celebre Dazed and Confused introduce l’uso dell’archetto di violino sulla chitarra, creando atmosfere psichedeliche e angoscianti che diventeranno il marchio di fabbrica dei loro live.
Non mancano i tributi diretti al blues di Willie Dixon You Shook Me, I Can’t Quit You Baby, ma qui il genere viene dilatato, rallentato e caricato di una tensione quasi insostenibile. All’uscita, la critica non comprese ciò che stava avvenendo , al contrario, il pubblico capì immediatamente di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo.
Led Zeppelin ha spazzato via l’estate dell’amore (Summer of love) degli anni ’60 per inaugurare un decennio di eccessi, riff monolitici e misticismo. È un’opera che poggia sulle radici del delta del Mississippi ma guarda alle stelle, un big bang sonoro che ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, conserva una potenza intatta.

















