La mattina ha un suono preciso: cucchiaini contro tazzine, sedie trascinate come piccoli traslochi, una radio che spara una canzone allegra, fuori tempo massimo. E poi quella frase: puntuale, liturgica, in uno slang bitontino ai più incomprensibile, che scende sulla città come una sentenza già scritta:
«Mò, stì uagnùne nòn tèn’n cchiù rispètte.»
La dice chi ha l’indignazione pavloviana e la memoria selettiva. La ripete chi confonde l’età con l’autorità. La annuisce chi, per educare, preferisce raccontare la decadenza degli altri invece di misurare la propria in/coerenza.
Poi esci. E davanti alla scuola il sipario è già alzato: commedia e tragedia, senza alcun intervallo.
La doppia fila è già lì, austera come un monumento: auto in processione e aria da sacrificio civile. Un SUV sul passaggio pedonale — perché qui il codice è un’opinione. Un motorino che slalomeggia: non guida, sopravvive. Un ragazzo attraversa di fretta: non per incoscienza, ma per abitudine. Cresciuto nel labirinto, lo chiama “normalità”.
Arriva lui, il protagonista: il Genitore Educatore. Quello che nella chat scrive “I VALORI” in maiuscolo e mette tre punti esclamativi anche alla parola “buongiorno”. Scende dall’auto in doppia fila — ovviamente — e, mentre blocca mezza strada, pronuncia l’omelia del giorno con tono definitivo:
«Ragazzi, le regole! Le regole sono importanti!»
Lo dice con la stessa naturalezza con cui si fuma sotto un cartello “Vietato fumare”. Lo dice mentre il figlio attraversa tra le macchine, schivando specchietti e nervi. Lo dice senza accorgersi che sta insegnando una lezione più potente di qualsiasi discorso: la regola è sacra, a patto che la rispettino gli altri.
E qui l’educazione cambia forma: diventa teatro. Diventa recita. Diventa una posa morale da indossare quando serve — come una cravatta tirata fuori solo per le cerimonie — e da riporre nel cassetto appena la vita reale chiede coerenza.
Un bidello apre il cancello: faccia da “già visto”. Un docente entra con lo zaino e una domanda muta: «Che cosa devo reggere oggi, oltre al programma?». Perché la scuola non è solo nozioni: è l’ultimo posto dove si prova a dare forma al caos.
Ma se fuori – davanti al cancello – il caos viene amministrato dagli adulti con la serenità di un’abitudine, dentro tutto diventa più difficile. Non impossibile. Faticoso.
Intanto la città recita altre piccole parti, tutte da Oscar.
C’è la madre che urla: «Non correre!» mentre attraversa senza guardare, col telefono in mano, guidata da una notifica che pare più urgente del mondo reale. Il figlio si ferma, la guarda e non risponde. Non per educazione: per stanchezza. Come se avesse capito che qui la parola, spesso, è carta straccia — e che conviene risparmiare fiato.
C’è il padre che, a un incrocio, reclama la precedenza come se fosse un titolo nobiliare. Abbassa il finestrino, inchioda lo sguardo e recita la battuta di repertorio: «Tu non sai chi sono io». È la teologia spiccia del privilegio: non regole, ma rango.
C’è l’anziano che scuote la testa, ma attraversa dove capita perché «tanto qui non cambia niente». E c’è il ragazzino che guarda, assorbe, registra tutto — senza bisogno di spiegazioni.
E allora, mentre noi facciamo i grandi discorsi (“mancano contenitori”, “manca ascolto”, “manca progettualità”), davanti alla scuola va in scena una verità più semplice e più feroce: il primo contenitore che perde forma è l’adulto.
Quando l’adulto perde forma, il giovane impara a vivere “a scatti”: reagendo, urtando, spegnendosi, scomparendo. E noi, puntuali, interpretiamo il ritiro come maleducazione. È comodo: trasforma una domanda in un’accusa e un problema in un bersaglio.
Il bello – si fa per dire – è che poi torniamo al bar, o per strada, o nei corridoi, e ci chiediamo perché “non parlano”. Perché “non ascoltano”. Perché “non hanno rispetto”.
Non parliamo più: commentiamo. Non curiamo: sbrighiamo. Non ci siamo: postiamo.
E poi chiamiamo “educazione” gli ordini strombazzati nel traffico.
La doppia fila è pedagogia del clacson: l’io suona, il noi si stringe, il bene comune si fa piccolo piccolo.
Ecco perché la scena davanti alla scuola mi sembra la più onesta: non perché racconti i ragazzi, ma perché svela gli adulti.
Dicono: «Questi ragazzi…».
E intanto la comunità – giorno dopo giorno – consegna loro un manuale silenzioso, scritto coi gesti, firmato dalle nostre incoerenze.
E allora eccola, la verità: l’educazione oggi passa dal clacson. E noi siamo al volante.
(di Angelo Palmieri – foto www.freepik.com )














