di Angelo Palmieri
In un Paese che troppo spesso parla dei giovani come si parla del tempo guasto — con l’aria di chi si aspetta soltanto pioggia, ritardi e qualche grandinata morale — c’è una verità che arriva di sbieco eppure inchioda tutti: i ragazzi non sono il problema che affolla i convegni, ma la risorsa che non sappiamo ancora guardare fino in fondo. Mentre gli adulti sgranano rosari di lamentele, come pensionati dell’anima affacciati al balcone del disincanto, una moltitudine silenziosa compie ciò che la cronaca pigra racconta di rado: si china, si sporca le mani, accompagna, ascolta, raccoglie, ricuce.
Gli ultimi dati disponibili lo dicono con la sobrietà delle cifre: nel 2024 l’8,4% degli italiani con più di 14 anni ha svolto attività di volontariato e l’11,6% ha sostenuto economicamente le associazioni; tra i 14 e i 35 anni, inoltre, oltre un milione di giovani risulta impegnato nel volontariato associativo.
Ma i numeri, da soli, hanno il fiato corto. Somigliano a bottoni allineati sulla giacca della realtà: utili, certo, ma incapaci di restituire il calore del corpo che palpita sotto il tessuto. E lì sotto c’è una giovinezza che resiste alla caricatura con cui viene tratteggiata. Altro che esercito di narcisisti in libera uscita, altro che tribù di sonnambuli ipnotizzati dagli schermi. Anche questo esiste, certo, come in ogni stagione umana. Eppure c’è soprattutto una generazione che, nel silenzio operoso dei margini, si esercita nell’arte più difficile: uscire da sé senza smarrirsi, incontrare l’altro senza usarlo, servire senza avvertire ogni volta il bisogno di mettersi in mostra.
Sono ragazzi che entrano nelle parrocchie, nelle cooperative, nelle associazioni, nei doposcuola, nei centri di ascolto, come piccole rivolte ambulanti contro la dittatura dell’io. Non sfilano al suono delle trombe dell’eroismo, né bussano alla porta della storia gridando il proprio nome. Arrivano, piuttosto, con il passo dimesso di chi ha compreso una verità decisiva: il mondo non si cambia sempre con i proclami; spesso lo si cambia spostando una sedia, apparecchiando una tavola, reggendo il peso di una fragilità che non fa notizia.
E allora accade qualcosa di quasi comico, se non fosse meraviglioso: coloro che vengono raccontati come deboli diventano sostegno; quelli che dovrebbero pensare soltanto a consumare inventano forme di gratuità; quelli che una certa retorica adulta immagina dispersi si rivelano, invece, capaci di orientarsi nel dolore altrui meglio di tanti navigatori esperti del nulla. È uno sberleffo gentile alla nostra sociologia da salotto, alle diagnosi lampo, ai professionisti della lamentazione. Mentre noi li contiamo con aria apprensiva, ricuciono lembi di società che il mondo adulto ha avuto il triste talento di slabbrare.
C’è, in tutto questo, una forza che andrebbe nominata senza paternalismi. Le nuove generazioni non sono soltanto “il futuro”, formula spesso evocata come una sala di rappresentanza che non si abita mai. Sono una forza del presente, un argine, una riserva d’acqua limpida in un tempo di arsura morale. Sono il contrario della ruggine. Là dove il legame sociale scricchiola, entrano come olio nelle cerniere; là dove la comunità si sfilaccia, compiono il lavoro umile dell’ago; là dove gli adulti innalzano muri di analisi, aprono varchi con la pratica minuta della presenza.
Non si tratta soltanto di elogiarli, come si fa con i bambini alla recita di fine anno. Occorre riconoscere che ci stanno consegnando una lezione. Dicono che la solidarietà non è un’abitudine decorativa, ma una forma esigente di intelligenza civile. Mostrano che la gratuità non è un lusso per anime belle, ma una necessità pubblica. Ricordano che una società si salva non quando impara a celebrare i migliori, ma quando decide di non abbandonare i più fragili.
E forse la verità è tutta qui, semplice e ostinata come una lampada accesa in una casa povera: questi ragazzi e queste ragazze stanno compiendo il mestiere più difficile del nostro tempo, quello di restare umani in un’epoca che premia la vetrina, l’urlo, la postura, il profitto dell’ego. Mentre molti adulti si esercitano nell’arte un po’ grottesca del cinismo elegante, loro portano borse, idee, sorrisi, tempo, competenze, pazienza. Spostano il mondo di qualche centimetro verso il bene.
E non è poco. Anzi, è quasi tutto. Perché il futuro, prima di essere una data sul calendario, è un gesto che qualcuno compie. E oggi quel gesto ha molto spesso il volto fresco e ostinato dei giovani.
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