Rubrica a cura di Angelo Palmieri
Ci sono città che ti lasciano passare e altre che ti prendono per il bavero. Bitonto appartiene alla seconda specie. Non concede facilmente l’alibi della distrazione. Con la sua pietra chiara, i vicoli che accumulano domande e i crocicchi dove la vita si affaccia, vocia e passa senza davvero accadere, questa città costringe a guardare meglio.
Forse conviene ripartire proprio da qui, da un Sud che conosce il passo della lentezza ma che oggi, con un affanno quasi grottesco, rincorre la velocità fino a lasciarsene mordere.
In Moravia affiora già questo paesaggio: una modernità stanca, in cui il vuoto non esplode come colpa ma si deposita come disincanto, logoramento interiore, fatica di aderire all’esistenza. È per questo che Gli indifferenti continua a parlarci: non solo per la decadenza di un ambiente borghese, ma per quella più sottile erosione del senso che inaridisce l’interiorità e fa dell’impazienza un rigetto della durata, del tempo lungo, del lavoro invisibile con cui la vita matura.
Ma davvero il mondo raccontato da Moravia è lontano dal nostro? Tutt’altro. Semmai, ci siamo entrati fino al collo, con l’aria di chi corre a una festa e finisce in una fiera di paese impazzita. Siamo dentro una Babele da luna park perenne: notifiche che trillano come giostre, immagini che sfilano come bancarelle, parole sparate col megafono, indignazioni da due soldi consumate in fretta, come torrone nei giorni di festa. Eppure, proprio in mezzo a questo gran mercato dell’eccesso, si insinua una miseria di significato che gela. Non siamo sazi: siamo imbottiti. E a forza di riempirci, non diventiamo più vivi; diventiamo insensibili.
La noia, allora, non è il semplice vuoto di un pomeriggio senza occupazioni. È qualcosa di più profondo: una fenditura nell’orizzonte del senso, l’impressione che l’esistenza scorra senza lasciare impronta. Un calendario pieno, un’esistenza vuota. Un teatro acceso, ma senza anima. Anche qui, come in tante città del Mezzogiorno, tutto può diventare metafora civile: giornate apparentemente ordinate, tavolini pieni, il passeggio, i saluti, rituali che sembrano tenere in piedi la scena.
E tuttavia, sotto questa superficie perbene, si avverte talvolta una stanchezza muta, come se una parte della città fosse costretta a recitare la vita invece di abitarla davvero. Del resto, c’è stata una fase storica — tra Otto e Novecento — in cui appartenenze, conflitti e grandi cornici di senso, pur nella loro durezza, offrivano ancora orientamento. Oggi quei racconti si sono sbriciolati come intonaco vecchio: i legami si assottigliano, le appartenenze diventano intermittenti, la lentezza viene trattata come un inciampo. Vogliamo tutto subito, e così perdiamo proprio ciò che rende umano il vivere: la sua lenta sedimentazione.
A dirla in modo semplice, nessuno vive davvero nel vuoto: anche i gesti più ordinari hanno bisogno di un filo, di una trama, di una direzione. Quando quel filo si spezza e quella trama si sfilaccia, non esplode subito il dramma. Si deposita prima qualcosa di più silenzioso e più difficile da afferrare: una noia profonda, bassa, opaca. Il disagio, almeno, si lascia nominare. Questa forma più radicale di svuotamento, invece, resta lì. Non urla. Corrode.
E poi c’è un gradino ancora più scivoloso, che porta a Sartre. In Moravia il senso si consuma; ne la Nausea è il mondo stesso a disfarsi, a farsi troppo pieno, troppo molle, quasi indigesto. Non è più soltanto noia: è la sensazione che la realtà tracimi e perda contorno. Anche noi, certe volte, viviamo così: non giorni che maturano, ma giorni che si appiccicano addosso.
Il punto decisivo, oggi, è un altro: a questo torpore non rispondiamo con il silenzio o con la contemplazione, ma con l’impazienza. Se la noia è assenza di orizzonte, l’impazienza ne è la caricatura convulsa. È la smania dell’atto risolutivo, il bisogno di spezzare l’incantesimo del vuoto con un gesto rapido, visibile, immediatamente spendibile. È il culto del subito, la liturgia dell’istante, il rosario laico dell’“adesso”.
Basta guardare con un minimo di onestà il nostro presente per accorgerci che ci tocca una stagione da fiera permanente, che ci vuole tirati a lucido come vetrine la domenica, rapidi come commessi a un minuto dalla chiusura, spendibili come merce col cartellino bene in vista. Non basta più stare al mondo: sembra ci venga chiesto di stare sempre in scena, con la battuta pronta, il sorriso di servizio e l’anima in doppiopetto. Non domina più solo un potere che vieta: si è imposta una pressione più sottile, che seduce, sollecita, misura, ottimizza. Sii efficiente. Sii brillante. Sii reattivo. Sii veloce. Sii desiderabile. Sii tutto, purché non sia lento.
E così l’impazienza diventa la postura psichica del soggetto contemporaneo: un soggetto che non sa dimorare nell’attesa, che scambia la lentezza per fallimento, la maturazione per ritardo, il dubbio per debolezza. Ha paura del tempo disteso, perché quella distensione costringe a fare i conti con se stessi. La lentezza, infatti, non è mai neutra: è una prova severa. E non tutti hanno voglia di sostenerla.
Ciò che non si lascia rallentare difficilmente può incarnarsi. Solo che oggi sembriamo averlo dimenticato. Ci comportiamo come se la vita fosse un distributore automatico: inseriamo desiderio, premiamo un pulsante, attendiamo il risultato. Ma la vita non è un distributore. Somiglia piuttosto a una vecchia corte del centro storico: bisogna entrarci piano, sostare, ascoltare le voci che vi rimbalzano, capire da dove viene la luce. Chi corre, in questi luoghi, non vede nulla. Attraversa soltanto.
In fondo, la questione è semplice: un’esistenza non si compie quando consuma i giorni, ma quando impara ad abitarli. L’impazienza, allora, non è solo un difetto del carattere: è un modo di sottrarsi alla durata, alla maturazione, a quel ritmo lento in cui si forma ciò che siamo.
E qui il quadro si fa quasi da commedia amara, ma non meno vero: gente che non regge un semaforo rosso e poi sopporta anni di impoverimento interiore; persone che cambiano umore alla velocità delle storie sui social e poi si sorprendono se non riescono più a costruire nulla che duri. Tutti trafelati, tutti affaccendati; e intanto cresce una stanchezza da fine impero.
Anche al Sud questa contraddizione si vede bene. E una città come questa, tra la pietra che resta e gli ulivi pazienti, può ancora ricordarci che non tutto ciò che vale è immediato.
Noia e accelerazione nevrotica sono i due volti dello stesso smarrimento: l’una svuota, l’altra agita.
La via d’uscita, forse, sta in gesti più semplici di quanto crediamo: custodire i legami, restituire dignità all’attesa, non riempire subito ogni vuoto.
Là dove il tempo torna a essere una responsabilità, abitarlo è già ricominciare.
















