di Angelo Palmieri
C’è un momento preciso in cui capisci che una comunità non sta semplicemente “attraversando una crisi”: sta cambiando antropologia. Non te lo spiegano i comunicati: te lo spiegano i dettagli. Ma, prima ancora delle serrande che scendono, c’è un segnale più profondo: quando la cultura smette di fare luce. Quando non orienta più né crea un linguaggio comune, e si riduce a cornice—bella, magari—ma senza calore.
Mi è capitata sotto gli occhi, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, un’intervista a Marcello Pisciotta, decano del commercio, dal titolo brutale e lucidissimo: “La cultura è spenta, i negozi morti”. Il punto non era l’ennesima guerra di religione tra centri commerciali ed e-commerce.
Pisciotta diceva una cosa più seria: che la questione è a monte, nella visione—presente o assente—che decide tutto.
Questa frase mi è rimasta addosso: la visione a intermittenza. Perché a Bitonto ci sono stati anche passaggi buoni: tentativi, intuizioni, slanci di qualità.
Il problema è che spesso non si sono tradotti in continuità, non hanno costruito abitudini condivise, non hanno sedimentato un percorso. E una città può anche vivere di fiammate; ma cresce soltanto se accende un fuoco stabile e trasforma l’eccezione in metodo.
Qui non manca l’evento: manca la luce pubblica. Non la locandina, ma la sostanza. La luce pubblica è imparare a vedere, reggere la complessità, dare un nome alle cose senza urlare.
Perché una comunità dura quando non ha bisogno di un bersaglio per sentirsi unita: sa dirsi la verità senza umiliarsi, sa discutere senza fare tribunali e mantiene vivi spazi dove stare insieme non è un incidente.
Senza ossatura civile viva, tutto cola: economia, fiducia, convivenza, futuro. Perché è l’ago magnetico: decide chi siamo, cosa riconosciamo come valore e cosa difendiamo dal degrado.
Lo stallo politico è la nostra mitologia domestica: tela di Penelope di giorno, pietra di Sisifo di sera. E nel mezzo siamo occupati a guardarci, contarci, punzecchiarci e a mettere i puntini sulle i, come se l’alfabeto fosse il problema.
E allora spuntano loro: i reduci permanenti, gli ex di professione, gli immortali della scena pubblica. Non amministrano: commentano. Non progettano: rievocano. E soprattutto continuano a buttare “zolfo e polvere”: alimentano l’aria irrespirabile, perché nell’aria irrespirabile si governa meglio il malumore. È la politica come racconto tossico: non costruisce direzioni, costruisce colpe. E quando una città comincia a vivere di colpe, smette di vivere di scelte. Dio ci liberi dalle torsioni patologiche di qualche io navigante, sempre in scena e mai in servizio.
In questo clima, il rancore non è soltanto un sentimento: è un copione collettivo, una sceneggiatura pronta all’uso. Ti consegna un lessico facile: colpevoli chiarissimi, cause semplificate, soluzioni istantanee (quasi sempre punitive).
Funziona perché non chiede fatica: non distingue tra processi e capri espiatori, tra responsabilità diffuse e colpe su misura. Soprattutto, offre un surrogato di comunità: ci si riconosce non per un progetto condiviso, ma per un nemico condiviso.
E allora capisci perché la cultura “spenta” non è una metafora: è una diagnosi. Perché, quando manca manutenzione del senso, cresce l’identità negativa: non so più chi sono, allora almeno so chi detesto. È una semplificazione, certo, ma intanto diventa atmosfera. E quando diventa atmosfera, entra ovunque: al bar, nelle chat, sui social, nelle conversazioni a mezza voce. Non descrive soltanto la realtà: la produce. Perché se ogni giorno mi canto “qui non cambia mai niente”, poi mi metto pure in coro: non provo, non spingo, non rischio. E la rassegnazione, alla fine, si prende la città con un sorriso educato: “Tranquilli, faccio io”.
Poi c’è l’altro capitolo, quello che non fa titoli ma fa danni: la città che si consuma da casa. Consegne a domicilio, giornate spezzate in micro-tempi, conversazioni ridotte a notifiche. E poi fuori ci chiediamo chi ha cambiato la serratura.
Altro che moralismi: è un fatto sociale. Quando gli spazi di incontro si assottigliano, quando la piazza si impoverisce, quando i luoghi di scambio diventano solo transazioni, la comunità perde tonicità. E dove la comunità perde tonicità aumentano isolamento, sospetto, aggressività. In altri termini: senza cultura viva, anche la socialità diventa fragile.
E nel vuoto—simbolico, sociale, educativo—scorre la fiumana delle dipendenze. Non solo sostanze: anche alcol, azzardo, iperconnessione, psicofarmaci usati come stampelle. Non è un tema “a lato”: è un sintomo centrale. Dove la comunità non aggancia, aggancia il mercato dello stordimento. Dove la città non offre appartenenza, si compra una pausa.
E in questa alternanza—rabbia e anestesia—i più fragili pagano sempre il prezzo più alto: ragazzi e famiglie, che si ritrovano senza presìdi, senza adulti credibili, senza luoghi capaci di reggere la zavorra delle fatiche.
Il punto, allora, non è fare la guerra a internet né piangere sul passato. Il punto è più sobrio e più duro: Bitonto ha bisogno di una continuità di visione che parta dall’alfabeto comune come motore quotidiano di senso e non come parentesi, che costringa la politica a smettere di specchiarsi e a tornare a scegliere, assumendosi responsabilità, e che trasformi la risposta alle dipendenze da indignazione episodica a presenza stabile, aggancio precoce, cura ostinata.
Se questi piani non si tengono insieme, continueremo a farci compagnia col “te l’avevo detto”: ci scalda un attimo, ci fa sentire furbi e poi lascia la città ferma al semaforo del domani.
















