Rubrica a cura di Angelo Palmieri
Non vi nascondo che essere rubricista per Da Bitonto un poco mi inquieta. Mi inquieta perché io questa terra la amo. E quando si ama una terra non si scrive mai da lontano, con la penna disinfettata e i guanti bianchi del commentatore in trasferta. Si scrive con un piede nella polvere e uno nella memoria, con il cuore che fa il rabdomante tra le crepe dei marciapiedi, cercando acqua dove molti vedono solo pozzanghere.
Mi inquieta, soprattutto, perché ogni volta che provo a richiamare quell’attaccamento di cui parlava Bowlby – quel filo invisibile che ci lega ai luoghi, alle voci, alle facce, agli odori, alle domeniche sbilenche e alle ferite non rimarginate – per me diventa un mezzo disastro. Perché Bitonto non è un concetto, non è una cartolina, non è un francobollo da collezione sentimentale. Bitonto è una madre esigente: ti prepara il pranzo, ti rimprovera, ti abbraccia, poi ti guarda storto se osi dire che forse, ogni tanto, sarebbe il caso di cambiare aria alla stanza.
E allora provo a dirla così, senza salire sul pulpito e senza mettermi il cappello del profeta da fiera patronale: e se provassimo a immaginare una città diversa? Non certo la Città del Sole, ché qui Campanella rischierebbe di restare imbottigliato già alla prima rotonda. Non un paradiso amministrativo con gli angeli al protocollo e i cherubini all’ufficio tecnico. Più semplicemente, una città che deponga, almeno qualche volta, le spoglie del rancore.
Perché il rancore, diciamocelo, a Bitonto ogni tanto gira con la giacca buona. Entra nei bar, si siede nei commenti, fa capolino nelle piazze reali e in quelle digitali. Si traveste da indignazione, da memoria ferita, da giustizia popolare, da “io lo sapevo già”. Ha sempre un parente da difendere, un nemico da inchiodare, una sentenza da sputare prima ancora che il fatto abbia finito di accadere. E così, senza accorgercene, trasformiamo tutto in caciara: la discussione in mercato del pesce, il dolore in teatro di posa, la responsabilità in una frittura mista di accuse, alibi e mezze verità.
La banalizzazione del male, da noi, non arriva sempre con il volto tragico dei grandi libri. A volte arriva in ciabatte. Arriva quando ci abituiamo a tutto. Quando diciamo “è sempre stato così”. Quando la ferita diventa arredamento urbano, come una panchina rotta che nessuno aggiusta più perché ormai fa parte del paesaggio. Arriva quando la vittima diventa una maschera cangiante, indossata a turno: oggi la porto io, domani la passi tu, dopodomani la usiamo tutti per non guardarci allo specchio.
Eppure, sotto questa crosta di lamento – dura come certi taralli dimenticati nella credenza – c’è una Bitonto che lavora, pensa, cura, educa, inventa. Una Bitonto che non urla, e forse proprio per questo si sente poco. Ci sono mani operose, impastate di sudore e sagacia, mani che sembrano uscite da una bottega antica e invece tengono in piedi pezzi modernissimi di comunità. Mani che non chiedono riflettori, perché hanno già abbastanza da fare con la fatica.
Ci sono menti splendide nel campo medico, nate da queste strade e poi cresciute qui o altrove, come alberi che hanno portato lontano il profumo della radice. Ci sono professionisti che curano corpi e paure, che studiano, che operano, che non hanno dimenticato da dove sono partiti. E ci sono artisti che sono davvero i pupilli dei nostri occhi: gente capace di trasformare un vicolo in una frase, una voce in una casa, un gesto in una piccola rivoluzione estetica. Altro che periferia dell’anima: qui, quando il talento si accende, fa luce come una luminarìa non ancora appaltata al cattivo gusto.
Penso ai ragazzi più dispersi sul piano educativo, quelli che liquidiamo troppo in fretta con la solita etichetta da scaffale scaduto: “non hanno voglia”, “sono persi”. E invece margini ce ne sono, anche se stretti, faticosi, pieni di inciampi. Basta che qualcuno li prenda sul serio, perché un margine può diventare soglia, e una soglia può salvare una vita dalla muffa della rassegnazione.
Bitonto ha una trama silenziosa di cooperative, associazioni ed educatori: realtà e persone che, spesso per poche monete ma con molta ostinazione, tengono insieme pezzi di comunità, sollevando ragazzi, famiglie, anziani e solitudini. Ma amare una città significa anche non truccarne le piaghe: la droga gira, cambia volto e arriva perfino a domicilio. Per rialzarsi, Bitonto deve guardarsi intera: male e bellezza, ferite e talenti. Senza caciara, senza vittimismo, senza spegnere da sola le proprie lampadine.
















