Rubrica a cura di Angelo Palmieri
Bitonto farebbe un errore da sagrestia civile se relegasse certa roba alle sole metropoli lontane, ai quartieri che vediamo al telegiornale mentre condiamo il pane e ci raccontiamo, per comodità, che il male abiti sempre altrove.
Non è così. Quando prende la voce dei ragazzini, il male non arriva col passamontagna. Ti raggiunge in cuffia, in una strofa, in un ritornello. Si presenta con quella frase secca, oscena, martellante: “Fermi tutti, questa è una rapina”. E noi, adulti di provincia, recitiamo il nostro piccolo teatro del disgusto: facciamo una smorfia, scuotiamo la testa, ci sentiamo migliori. A posto così. Coscienza lavata, problema archiviato.
Peccato che non basti.
La trap, piaccia o no, non è soltanto robaccia da liquidare con superiorità. È il referto sporco e urlato di un disagio che non ha più neppure il pudore di camuffarsi. Dentro c’è di tutto: rabbia sociale e mercato, periferia e spacconeria, povertà reale e mitologia della forza. Vi si affacciano il rancore verso lo Stato, la seduzione del denaro facile, la fascinazione per la violenza, il furto, la galera, perfino la mafia, purché facciano clamore e conquistino lo schermo. Non è soltanto musica: è una lingua deformata che nasce dove il riconoscimento manca e la rabbia, lasciata sola, si trasforma in spettacolo.
Il punto, allora, non è fare i moralisti da salotto, ma capire perché quella lingua attecchisca così bene. Perché una dodicenne possa cantare versi misogini e ottusi e poi guardarti con candore e dirti: “Prof, che c’è di male?”. È lì la frattura vera. Non nella canzone in sé, ma nella soglia che si abbassa, nella coscienza che si assottiglia, nell’allarme etico che smette di suonare. Quando accade questo, una città è già stata derubata: non dei gioielli, ma di qualcosa di più serio: il lessico del limite.
E qui arrivano le baby gang. Guai, però, a cavarsela con la scorciatoia del censore. Guai a chiamarli mostri, bestie, scarti, per poi tornare sereni a passeggiare sotto i balconi ripuliti del centro, come se bastasse appiccicare ai ragazzi un nome feroce per cancellare le nostre responsabilità. La verità è più sporca, più scomoda, più adulta. Le baby gang, quasi sempre, non sono organizzazioni strutturate: sono branchi informali che offrono ciò che la comunità adulta non sa più dare. Identità. Protezione. Adrenalina. Riconoscimento. In una parola: appartenenza. Non educano, ma arruolano. Non accolgono, ma inglobano. E a molti questo basta.
C’è un’immagine che dovrebbe mordere anche noi, qui, a Bitonto. Quei ragazzi della periferia romana che guardano altri coetanei benestanti “a Roma”, come se Roma non la abitassero davvero, ma la spiassero da una fessura. È la stessa città, eppure sono due mondi. Gli stessi confini urbani, ma uno siede al banchetto e l’altro resta fuori dalla porta. È da lì che il sangue cambia temperatura. Perché, quando il benessere lo vedi sempre da lontano, quando la festa è sistematicamente degli altri, quando il nome che ti appiccicano è quello del problema e mai della promessa, allora il branco diventa rifugio, lo slang un’armatura, la rissa un linguaggio, il furto una scorciatoia per esistere.
E poi ci sono i versi ancora più spietati: “Sono nato con le manette e una condanna”. Oppure: “Mi piacciono le armi”. Qui non siamo più soltanto davanti alla spacconeria da social. Qui c’è qualcosa di peggio: la costruzione di un destino criminale come identità anticipata. Il ragazzo si racconta colpevole prima ancora di essere ascoltato. Si vede già scritto, già etichettato, già consegnato a un ruolo. E quando una società guarda un adolescente come un fascicolo, una minaccia o un fastidio amministrativo, non deve stupirsi se quel ragazzo, prima o poi, si prende la parte che gli abbiamo cucito addosso e la recita fino in fondo, con più odio, più strepito, più ferocia.
Per questo Bitonto dovrebbe liberarsi di due vizi antichi, che qui conosciamo bene: il vittimismo e il sermone. Il primo è di chi ripete: “Qui queste cose non succedono”, fino al giorno in cui accadono sotto casa. Il secondo è di chi invoca soltanto disciplina, telecamere, pattuglie, daspo, come se la paura potesse farsi politica e la politica ridursi al suono di una sirena. Sia chiaro: la repressione, quando serve, serve. Ma da sola arriva tardi e capisce poco. Perché il disagio giovanile non si estirpa con il manganello verbale né con l’ennesima predica d’occasione. Si contrasta prima: con il lavoro di strada, con scuole davvero aperte, con adulti credibili, con spazi vivi, con una città capace di vedere un adolescente prima che senta il bisogno di spaccare qualcosa per farsi notare.
Il guaio è che noi adulti pretendiamo rispetto da chi cresce in un paesaggio che di rispettabile ha lasciato ben poco. Esigiamo misura da chi vive nella sproporzione. Reclamiamo gentilezza da chi eredita scarti. Ci aspettiamo perfino gratitudine da chi riceve precarietà, solitudine, famiglie slabbrate, scuole esauste, linguaggi pubblici sempre più volgari, modelli miserabili spacciati per successo. E poi ci scandalizziamo se la rabbia si mette le sneakers, accende una diretta e canta la sua guerra privata.
Non sto assolvendo nessuno. Sto dicendo qualcosa di più scomodo. Questi ragazzi non sono soltanto il problema. Sono anche lo specchio. Riflettono la parte peggiore della nostra resa: l’educazione ridotta a rimprovero, la comunità compressa in una parola da convegno, la politica piegata alla gestione della paura, la città trasformata in vetrina perbene che nasconde in magazzino tutto ciò che disturba.
E allora la domanda vera non è che cosa ascoltino i nostri adolescenti. Quella decisiva è un’altra, ed è molto meno comoda: che cosa stiamo facendo, noi adulti, perché un ragazzo possa scegliere la città al posto del branco?
















