Rubrica a cura di Angelo Palmieri
Bitonto non è Las Vegas. Non ha il deserto intorno, non ha le luci americane, non ha i casinò monumentali dove il vizio viene servito con lo smoking e lo champagne. Eppure, proprio qui, sotto il cielo antico delle chiese, nelle pieghe dei quartieri, accanto ai bar che sembrano innocui avamposti di socialità quotidiana, l’azzardo ha piantato le sue piccole tende luminose. Non arriva con il frac. Arriva con una saracinesca mezza alzata, con un monitor acceso, con il rumore metallico di una slot, con la promessa vigliacca di una vincita che non salva nessuno e consuma molti.
È una macchietta tragica, quasi una farsa con il lutto sotto il cappello: la città che si specchia nella sua storia grande, nelle pietre nobili, nella cattedrale che conosce la pazienza dei secoli, e poi si lascia rosicchiare da un teatrino di luci finte, pulsanti, schedine, Gratta e Vinci, app e piattaforme digitali. Da una parte il romanico, dall’altra il rullo elettronico. Da una parte la bellezza che educa lo sguardo, dall’altra la lampadina da pollaio che ipnotizza la fame. Bitonto, città di stratificazioni, di intelligenze, di crepe e di risorse, rischia di diventare anche questo: un presepe capovolto, dove al posto della stella cometa lampeggia una slot e dove le solitudini non trovano pastori, ma algoritmi pronti a mungere l’ultima illusione.
Il gioco d’azzardo è una delle trappole più eleganti e più sporche della contemporaneità. Elegante perché si veste da passatempo, da libertà individuale, da piccola evasione dopo una giornata storta. Sporca perché intercetta la fragilità, la stanchezza, la disoccupazione, la solitudine, il senso di sconfitta, e li trasforma in carburante economico. È una tassa occulta sulla disperazione. Una questua rovesciata: non è il povero che chiede aiuto, è il sistema che allunga la mano nelle sue tasche, promettendogli un miracolo statistico mentre gli sfila lentamente il pane, la dignità, la pace domestica.
La scena è nota, e ha qualcosa della commedia amara di paese: l’uomo che entra con l’aria di chi deve solo cambiare una banconota e ne esce con il volto stirato come una ricevuta fiscale; la donna che gratta il biglietto come se sotto quella patina argentata ci fosse non un numero, ma l’assoluzione del mese; il giovane che scommette sul campionato inglese, sul tennis coreano, su una squadra di cui non saprebbe riconoscere nemmeno i calzettoni, perché ormai non conta più lo sport: conta il brivido, la puntata, il battito da coniglio davanti al faro. E poi l’anziano che trasforma la pensione in coriandoli, la famiglia che intuisce troppo tardi che il debito non bussa: si accomoda, apre il frigorifero, prende posto a tavola.
E non basta dire: “Sono scelte personali”. Questa è la frase comoda dei benpensanti, il deodorante morale con cui si copre il cattivo odore delle responsabilità collettive. Certo, esiste la libertà individuale. Ma nessuna libertà è davvero libera quando viene spinta dentro un corridoio costruito apposta per restringere la coscienza, catturare l’impulso, sfruttare la vulnerabilità. L’azzardo non è solo un comportamento privato: è un dispositivo sociale. È un’economia dell’illusione che produce dipendenza, indebitamento, vergogna, isolamento, e poi scarica i costi sulle famiglie, sui servizi sociali, sulla sanità, sulle parrocchie, sulle associazioni, sui pochi presìdi educativi che ancora provano a tenere insieme ciò che il mercato lacera.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il 3% della popolazione adulta, circa 1,5 milioni di persone, presenta un profilo di giocatore problematico.
Ma il dato, da solo, resta una cifra in giacca e cravatta: ordinata, educata, quasi innocua. Bisogna invece portarlo nei vicoli, nelle case, nelle tasche vuote, nelle cucine dove si fanno i conti con la bolletta e con la vergogna. A Bitonto non serve immaginare scenari da fine del mondo: basta osservare la normalizzazione dell’azzardo, la sua presenza minuta, quotidiana, quasi domestica. Il vero pericolo non è soltanto la grande sala da gioco, riconoscibile e sfacciata. Il pericolo è la capillarità. È l’azzardo che diventa soprammobile urbano, santino elettrico del caso, acquasantiera laica dove si immergono dita tremanti. È la scommessa che si mimetizza tra un caffè e un pacchetto di sigarette. È la dipendenza che non fa rumore, perché ha imparato a camminare con le pantofole.
Qui la questione diventa sociologica prima ancora che sanitaria. L’azzardo cresce dove il futuro si restringe e comincia a sembrare un paio di scarpe troppo strette. Dove il lavoro è intermittente, dove i giovani percepiscono la mobilità sociale come una scala senza gradini, dove la politica fatica a produrre fiducia, dove il desiderio collettivo si impoverisce e resta solo il sogno individuale della botta di fortuna. Quando una comunità non riesce più a promettere percorsi, alcuni si aggrappano ai sorteggi come naufraghi a una zattera di cartone. Quando il merito appare una parola stanca, quando la fatica non garantisce riscatto, quando la legalità sembra lenta e la furbizia veloce, il jackpot diventa una caricatura della giustizia sociale: un tribunale da baraccone che assolve per combinazione numerica e condanna quasi sempre gli stessi.
È qui che Bitonto deve guardarsi senza trucco. Non basta celebrare la cultura, la storia, l’olio, la cattedrale, le intelligenze diffuse, le energie del volontariato. Una città adulta non si racconta soltanto attraverso le sue bellezze: si misura anche dal modo in cui affronta le sue zone d’ombra. E l’azzardo è una crepa profonda perché lavora in silenzio, come l’umidità nei muri antichi. Non fa crollare subito la casa, ma la indebolisce ogni giorno. Prima intacca il portafoglio, poi la fiducia, poi le relazioni, poi la parola. Nelle famiglie segnate dal gioco patologico, infatti, non spariscono solo i soldi: sparisce la verità. Arrivano le bugie, i prestiti nascosti, le promesse non mantenute, gli sguardi sfuggenti, la vergogna che mette il lucchetto alla bocca e trasforma la casa in un piccolo teatro di silenzi.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: l’azzardo non è intrattenimento innocuo quando diventa industria della fragilità. Non è modernità quando colonizza i quartieri più esposti. Non è libertà economica quando prospera sulla perdita di controllo. È una forma di impoverimento programmato, un piccolo mattatoio simbolico in cui non si uccidono i corpi, ma si spolpano le possibilità. Ogni slot accesa in un contesto fragile è una candela rovesciata: non illumina, consuma.
Che cosa può fare Bitonto? Molto più di quanto spesso si creda. Le amministrazioni locali non possono abolire da sole il gioco d’azzardo, ma possono smettere di trattarlo come un fenomeno laterale. Possono regolare gli orari, controllare con maggiore severità, impedire nuove aperture vicino ai luoghi sensibili, costruire campagne pubbliche non decorative, entrare nelle scuole, parlare con i ragazzi, sostenere le famiglie, formare gli operatori sociali, coinvolgere medici di base, parrocchie, associazioni, centri anziani, società sportive, commercianti responsabili. Possono soprattutto cambiare linguaggio: non più “gioco” come parola neutra e infantile, ma azzardo come rischio sociale, come patologia relazionale, come spia di un malessere più largo.
Serve un patto cittadino contro l’azzardo. Non un convegno con tre locandine e quattro sedie in fila, non la liturgia stanca della sensibilizzazione a tempo determinato, ma un’alleanza permanente. Comune, scuole, Asl, SerD, servizi sociali, Caritas, parrocchie, terzo settore, associazioni culturali, forze dell’ordine, consulte, gruppi giovanili: tutti dentro un’unica architettura di responsabilità. Perché il giocatore patologico non è un vizioso da additare, ma una persona da raggiungere prima che precipiti. E la sua famiglia non è un danno collaterale, ma spesso il primo pronto soccorso emotivo, economico e morale.
Bitonto conosce bene la differenza tra comunità e folla. La folla guarda, commenta, giudica, come un balcone affacciato sul cortile altrui. La comunità intercetta, accompagna, prende posizione. La folla dice: “Se l’è cercata”. La comunità chiede: “Dove siamo mancati?”. La folla ride della macchietta del giocatore incallito, del povero Pulcinella con la schedina in mano e la tasca bucata. La comunità capisce che dietro quella maschera c’è spesso un uomo sfinito, una donna sola, un ragazzo senza bussola, una famiglia che sta per rompersi.
Per questo la denuncia deve essere netta. Non possiamo permettere che l’azzardo diventi il dopolavoro dei delusi, la pensione emotiva degli anziani soli, l’oratorio rovesciato dei giovani senza spazi, il bancomat al contrario delle periferie. Non possiamo accettare che la speranza venga privatizzata e rivenduta sotto forma di puntata. Non possiamo lasciare che il dolore sociale venga monetizzato da un sistema che guadagna proprio quando qualcuno perde.
C’è una questione politica, in fondo. Una città che tollera l’invasione silenziosa dell’azzardo rinuncia a una parte della propria funzione educativa. Dice ai cittadini che il futuro è una scommessa e non una costruzione. Dice ai giovani che la fortuna è più importante della competenza. Dice agli adulti fragili che la soluzione può arrivare da una macchina, da una schedina, da un algoritmo. Ma una comunità degna di questo nome deve dire l’opposto: il futuro non si gratta, si costruisce; non si punta, si organizza; non si aspetta davanti a uno schermo, si prepara dentro relazioni, diritti, lavoro, cultura, mutualismo, cura.
Bitonto ha abbastanza storia per non farsi ridurre a una sala d’attesa della fortuna. Ha abbastanza intelligenza civile per capire che l’azzardo non è un peccatuccio privato, ma una febbre pubblica. Ha abbastanza memoria del dolore per riconoscere il dolore degli altri. E ha abbastanza energie sociali per trasformare la denuncia in intervento, la preoccupazione in politica, la compassione in struttura.
La vera partita, allora, non è contro chi gioca. È contro un modello di società che fa sentire perdenti molti cittadini e poi offre loro una perdita ancora più grande travestita da occasione. È contro l’idea che la solitudine possa diventare mercato, che la fragilità possa diventare fatturato, che la speranza possa essere ridotta a una schermata lampeggiante.
Bitonto deve spegnere quella luce falsa e riaccendere le sue luci migliori: quelle della scuola, della prossimità, dell’associazionismo, della politica seria, delle comunità educanti, dei servizi che non aspettano il disastro ma lo anticipano. Perché quando l’azzardo diventa paesaggio, la città ha già perso qualcosa. Ma quando una comunità se ne accorge e decide di reagire, allora può ancora vincere la partita più importante: non quella contro il caso, ma quella per la dignità.
















