«Sono il dottor Alberto Coltorti, un commercialista romano. Non sto bene, vorrei essere ricoverato in osservazione».
Era il 12 giugno 1967 quando un distinto signore sui 35 anni chiese assistenza all’ospedale psichiatrico di Cogoleto, piccolo comune in provincia di Genova, noto nella tradizione locale per essere stato il luogo di nascita di Cristoforo Colombo. L’uomo venne accolto dalla struttura sanitaria che, come da regolamento, provvide ad informare la famiglia Coltorti della presenza del proprio congiunto nei propri reparti.
«Il dottor Coltorti vive serenamente a Roma e non ha mai avuto bisogno di cure psichiatriche» fu la risposta giunta dalla famiglia del commercialista.
Colui che aveva chiesto accoglienza, infatti, non era affatto Alberto Coltorti, non era commercialista e non era romano. Si chiamava Vincenzo La Rotella, 36enne bitontino, già noto alle forze dell’ordine per le sue truffe in giro per il Belpaese. I documenti di identità del dottor Coltorti erano stati semplicemente rubati qualche tempo prima, come specificò la famiglia.
A raccontare l’episodio, il quotidiano La Stampa il 13 giugno.
Obiettivo del truffatore era quello di nascondersi finché non si fossero calmate le acque in quel di Genova, dove, il 30 maggio aveva derubato una giovane donna di Firenze. Dopo essersi spacciato per avvocato, la condusse in un albergo del capoluogo ligure con la promessa di matrimonio. Le raccontò di essere senza soldi per colpa di un suo collega che avrebbe dovuto restituirgli una grossa somma di denaro, ma che era sparito. Ma, in realtà, a sparire, poco dopo, fu lui, con cinquemila lire custodite nella borsa della donna.
Il bitontino fu ovviamente arrestato dalla Squadra Mobile di Genova, con l’accusa di falso, sostituzione di persona e furto. È l’ultimo episodio noto di una storia decennale di truffe e bugie, come dichiarò egli stesso: «I giornali si sono occupati di me nel ‘57, quando mi spacciai per avvocato. Ho vinto anche alcune cause».
L’unica cosa vera, in una vita segnata dalla continua menzogna? In realtà no!
Tracce di lui e delle sue malefatte, sulla stampa, si riscontrano già nel 1953 tra le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno del 26 agosto. Aveva appena 22 anni, ma già il quotidiano pugliese lo descriveva come «giovane avventuriero che ha dato filo da torcere alle questure di mezza Italia».
Figlio di Antonio, residente a Santo Spirito, alto e bruno, spigliato e simpatico, nell’agosto del 1953 fu arrestato dai carabinieri di Trani e dalla Squadra Mobile di Bari. Contro di lui, innumerevoli denunce di truffe a Bari, Foggia, San Severo, Benevento, Roma, Firenze, Pisa, Venezia e in tante altre città. La Gazzetta parla di “voluminosa cartella di precedenti”.
Millantare di essere avvocato era la sua specialità. Era solito cambiare di volta in volta nome per evitare di essere riconosciuto sia dalle forze dell’ordine, sia dai clienti già truffati. Era solito presentarsi nei tribunali e istruire pratiche legali. Una volta arrivò persino in Cassazione, come scrive il quotidiano pugliese: «Conciliava furti, si accordava con qualche esponente della malavita e poi con i derubati, dai quali riusciva sempre a farsi dare denaro come anticipo per la sua prestazione, magari a nome di noti avvocati presso lo studio dei quali diceva di lavorare».
Un talento criminale tale da riuscire a truffare chiunque.
Truffò, ad esempio, una guardia giurata incontrata in un bar di via Sagarriga Visconti, Bari. Si fece consegnare tutta la somma che l’uomo aveva messo da parte per sostenere le spese di un processo in cui era coinvolto. A Foggia difese persino un ladro in tribunale, mentre nell’ottobre del 1952 si finse difensore di alcuni imputati per i moti di San Severo. La farsa durò tre giorni, poi fu scoperto, arrestato e rinchiuso in carcere per quattro mesi. Scontata la pena si rese irreperibile e proseguì la sua lunga scia di truffe.
A Benevento, presentandosi come l’avvocato Luigi Mariani, conobbe la figlia di un facoltoso commerciante del posto e, dopo essere entrato nelle grazie di quest’ultimo, chiese la mano della donna, salvo poi sparire con un’ingente somma di denaro prestato dalla famiglia. Si attivò, ancora una volta, la polizia. Persino l’Interpol gli diede la caccia. Ma l’uomo nel frattempo riuscì ad espatriare in Francia, dove prese servizio nella Legione Straniera, corpo militare francese composto in gran parte da stranieri, noto per aver accolto tanti criminali in fuga da ogni dove. Tuttavia il suo servizio durò poco. Di stanza al Fort Saint Nicholas di Marsiglia, una mattina sparì senza lasciare tracce.
Tornò a far notizia, quindi, ad agosto del 1953, quando fu arrestato a Trani, dove aveva cercato l’ospitalità dei frati di un convento, sostenendo di essere ricercato dopo essere stato condannato in contumacia per un omicidio. Scoperto dai carabinieri, fu arrestato dopo aver opposto resistenza. Ai militari, raccontò delle sue imprese in Africa, contro i ribelli, tra le fila della Legione Straniera. Storie che, scrive la Gazzetta, «data la grande fantasia dell’”avvocato”, sono da accogliere con tutte le riserve».
Passarono oltre dieci anni, ma la sua fantasia non accennò a placarsi.
Nel febbraio del 1964 Vincenzo La Rotella tornò a far parlare di sé, dopo aver consegnato, ad un sacerdote di Ancona, don Ignazio Sabatini, una lettera in cui si autoaccusava di un omicidio commesso a Portici due anni prima: quello della professoressa Anna Maria Brogna Mazzocchi, di 28 anni, strangolata il 7 maggio 1962. Fu arrestato a Napoli, ma ritrattò, ammettendo di aver inventato quanto scritto al cappellano di Ancona, per verificare se quest’ultimo avrebbe mantenuto segreto quanto confessato. Cosa ovviamente non fatta, in quanto il religioso, credendo a quelle parole, temette che il “reo confesso” potesse suicidarsi.
La Rotella sostenne che, nel giorno dell’omicidio, si trovasse a Santo Spirito. Ed in effetti, non essendoci alcun elemento tale da far pensare al coinvolgimento nel delitto, l’uomo fu rilasciato. Contro di lui, neanche l’accusa di autocalunnia, racconta la Gazzetta, in quanto la falsa confessione non era stata fatta di fronte a pubblici ufficiali. Ricevette solo un foglio di via obbligatorio. Così ripartì alla volta di Bitonto. Nonostante avesse l’obbligo di far ritorno a Castelfranco, nel modenese, dove avrebbe dovuto scontare una pena per reati minori.
Nel frattempo, le notizie delle sue gesta, vere o false che fossero, erano state raccontate dalla stampa nazionale. Così, nel tardo pomeriggio del 15 febbraio 1964, fece irruzione nella sede barese di un giornale di Roma, per chiedere la rettifica di “notizie false” sul suo conto. Fu così arrestato e riportato a Castelfranco.
Ma le sue gesta continuarono.

















