Riprendiamo, oggi, questa rubrica sospesa da tempo parlando e riflettendo su un dato dato che, al netto di appartenenze e simpatie politiche, preoccupa sempre più: il crescente astensionismo che, alle elezioni regionali tenutesi qualche giorno fa, ha quasi raggiunto il 60%. E, sicuramente, alle prossime tornate elettorali crescerà ancora. Probabilmente alle regionali 2030 voterà solamente il 30%. È in atto una regressione democratica allarmante che non lascia presagire nulla di buono per il futuro. ma la colpa non è solo della politica. La scarsa partecipazione fa comodo a tanti.
L’astensionismo, oggi, sembra ormai un fenomeno intrinseco.
Una fetta di popolazione che cresce sempre più, a seconda del tipo di appuntamento elettorale (minore nelle amministrative, maggiore nei referendum). Tuttavia non è certo stato sempre così. Anzi, questo esteso astensionismo, prima del 1979, era limitato ad una bassa percentuale di aventi diritto al voto. Neanche il 10%. Tanto da non suscitare, come fenomeno, un interesse da parte degli studiosi, che, fino a quel tempo, l’avevano considerato un fattore ininfluente, naturale, date le percentuali ridotte. Potremmo dire che l’astensionismo, durante il primo trentennio di Repubblica italiana, fu quasi assente. Una condizione che probabilmente fu dovuta ad una voglia di partecipare attivamente alla vita politica, dopo venti anni di dittatura ed una guerra estenuante. Una partecipazione sostenuta anche da un oggettivo miglioramento delle condizioni di vita che la gente stava vivendo.
Se si guardano i dati della partecipazione elettorale nazionale, dal ’48 al ’76, si nota un’affluenza che oscilla sempre tra il 92% e il 94%, per scendere, alle elezioni del ’79, al 90,62% alla Camera e al 90,69 al Senato. La tendenza calante continuò per tutto il decennio successivo, arrivando, nel ’92, all’87,35% (per comodità ci limitiamo alla Camera, ma i dati del Senato non si discostano, ovviamente, da questa tendenza). E proseguendo ancora fino ai nostri giorni. Una tendenza nazionale, certo, confermata anche a livello locale. Se prendiamo i dati bitontini, infatti, dal ’48 al ’76, i dati sulla partecipazione alle urne oscillano tra il 94% e il 97%, per calare, nel ’79, al 91,51%. Da allora la partecipazione iniziò a ridursi sempre più. Una fase discendente che continua ancora oggi.
Tutte conseguenze, queste, della crisi della politica che, dagli anni ’70, iniziò a manifestarsi in Italia.
Dopo un decennio di sconvolgimenti economici, monetari, politici, sociali, quell’aura di sacralità che aveva caratterizzato l’esercizio del voto sin dal dopoguerra inizia a spegnersi, sotto i colpi di un crescente clima di antipolitica, delle difficoltà che i partiti politici stavano manifestando nel rincorrere i rapidi mutamenti della società e per tante altre ragioni.
Gli italiani iniziarono a mal sopportare quelli che, per un trentennio, erano stati i principali attori della vita politica italiana, i partiti di massa e lo dimostrarono anche in questo modo: disertando sempre più le urne. O iniziando ad esercitare un voto più instabile, fluttuante. Soprattutto con la nascita di nuove forze politiche non più solamente nate da una base ideologica, come i movimenti regionalisti del Nord Italia, le liste civiche che iniziano ad affacciarsi nei comuni, i cosiddetti “single-issue party”, quei partiti, cioè, non più ancorati ad un variegato insieme di valori, ma su un singolo tema che può essere condiviso anche trasversalmente.
L’abbandono delle intense esperienze di partecipazione, poi, oltre ad allontanare molti militanti dai partiti, spinse anche questi ultimi, mossi dalla voglia di governare, verso una convergenza al centro che ha portato ancora di più la tradizionale base dei partiti politici ad allontanarsi, creando così una reazione a catena che ha indebolito sempre più i partiti politici.
Una crisi politica continuata nel decennio successivo, in cui quell’intensa stagione di partecipazione che, nel bene e nel male, caratterizzò gli anni ’70, fu sostituita da una stagione in cui gli italiani, stanchi delle estreme tensioni, delle divisioni, della violenza, del clima sociale pesante, reagirono lasciandosi alle spalle quell’impegno politico, per abbandonarsi ad una stagione di disimpegno. Una stagione di leggerezza che, agevolata dalla nuova ondata mondiale di neoliberismo, fu caratterizzata da una diminuzione della violenza, fortunatamente, ma anche da una rinnovata voglia di spensieratezza. Fattori non certo negativi, che però fanno da contraltare ad un aumento di mode effimere, ad un imbarbarimento della politica sotto i colpi di partiti personali, convention e spettacoli che sostituiscono sempre più i tradizionali congressi, corruzione crescente e debito pubblico in salita. Tanto che qualcuno, riferendosi agli anni ’80, parla di “decennio dell’effimero”, di “inizio della barbarie”.
Tutti fattori che portarono agli stravolgimenti dei primi anni ‘90.
Tra cui, oltre agli scandali, ai casi di corruzione, alle inchieste della magistratura, alla scomparsa dei tradizionali partiti, c’è da considerare il ruolo delle riforme maggioritarie che negli anni, provocando sempre più una convergenza al centro necessaria per formare coalizioni in grado di governare. Con l’effetto di livellare le divergenze con gli avversari, a danno delle varie identità politiche che, oggi, sono sempre meno rappresentate dagli attori politici in campo. Per dirla in parole povere, spesso si vota per “brand” diversi che sponsorizzano prodotti simili (tipo Pepsi e Coca Cola, McDonald e Burger King).
Anche da questo nasce la disaffezione alla politica additata da tanti in editoriali, post social, dibattiti in tv. La partecipazione decresce e, venuta meno la classe politica reduci dall’era dei partiti, decresce anche la cultura e la preparazione di molti dei candidati, spesso con più voti che neuroni.
Si dice spesso che la politica si allontani dalla gente e si rinchiuda nei palazzi.
Cosa certamente vera e visibile ad occhio nudo. Basta osservare quanto successo in quest’ultima tornata elettorale. Di comizi, che una volta riempivano le piazze e scaldavano i cuori, neanche l’ombra, a parte quelli organizzati da qualche coraggioso candidato (a Bitonto solo Damascelli, due volte). I grandi appuntamenti con leader nazionali giunti a sostegno delle rispettive coalizioni si sono tenuti al chiuso, in edifici neanche tanto grandi così da mascherare una presenza scarsa di gente.
Ma tanto non è nei comizi che si guadagnano voti, ormai. Quelli servono solo per fare scena, spettacolo, per essere poi ripresi a favore di telecamere o smartphone. Ormai i voti (sarebbe esagerato persino chiamarli consensi) non si fanno incontrando le masse, ma con gli incontri privati con chi, per via della propria posizione (ad esempio imprenditori con tanti dipendenti) ha disponibilità economica per pagare campagne elettorali molto costose e ha la capacità di esercitare una forte influenza o una forte autorità su una larga fetta di elettorato. Oppure con chi ha abbastanza soldi e spregiudicatezza da comprare una fetta di elettorato sufficiente per l’elezione. Con il risultato di una politica sempre più elitaria, in mano a chi può permetterselo. Gli altri sono destinati all’esclusione o, al massimo, ad un bel posto da riempilista, per portare voti alla lista di colui che è destinato a vincere.
Ma siamo sicuri che sia solo colpa della politica? O forse è meglio dire che l’astensionismo fa comodo a tutti?
Fa comodo ad una politica sempre più mediocre, che così non deve confrontarsi con i cittadini, con masse critiche, ma solo con gente in attesa di adulare il proprio leader con cori e striscioni, prima di procedere ad un bello spettacolo gentilmente offerto.
Ma fa comodo anche ai cittadini, che così possono utilizzare le mancanze della politica per giustificare individualismo ed egoismo crescente e un carente interesse per la cosa pubblica che si manifesta non solo con la mancata partecipazione ma, ancor prima, con l’assenza di qualsivoglia interesse a comprendere quel che accade intorno ad ognuno di noi. Non si legge più, non ci si informa, nonostante i mezzi per farlo siano aumentati rispetto a pochi decenni fa. Ne è la prova la frequenza con cui chi scrive ha sentito persone, ad una settimana dal voto, chiedere “Ah, perché si vota? E per cosa?”.
Neanche una riga letta, per sbaglio, in tanti mesi. Neanche un post scrollato, un servizio ai tg. Nulla. Non si perde più tempo ad informarsi. Meglio non sapere.
La partecipazione non è certo solamente l’atto di mettere un foglio di carta in un cartone, ma è anche l’informarsi per comprendere come va il mondo che ci circonda e provare ad immaginarne il futuro. Ma, per sempre più gente, è più comodo far finta che, al di là del proprio orticello, della propria vita disinteressata, effimera, vuota, non esista altro. Al massimo esiste lo scandalo o il caso di cronaca utile per sfogarsi, lanciando inutili improperi contro la politica e poi tornare nel proprio orticello individualista.

















