«Ecco, ci risiamo, è il 31 gennaio, un giorno che non cambia: il cielo grigio e il freddo che porta dentro sono gli stessi. Come quella grigia e fredda mattina del 1987 quando quello che era destinato a te, caro fratello, non poteva essere evitato: doveva compiersi!».
Sono le parole, piene di affetto e amore per un fratello andato via troppo presto, di Mimmo Mancini, regista concittadino, che qualche giorno ha ricordato il suo amato fratello Paolo, morto nel 1987 in un incidente in elicottero.
Aveva 29 anni ed era capitano della Sezione Aerea della Guardia di Finanza di Bari. Si trovava, insieme al brigadiere 35enne Francesco Picena di San Prisco (nel casertano), in volo sulle acque di antistanti Polignano a mare, per una missione di ricognizione costiera per servizi di anticontrabbando, vera e propria piaga in quegli anni all’apice della sua diffusione.
Non era un semplice lavoro il suo, ma una missione in cui credeva con convinzione. Scrisse così il fondatore e, all’epoca, direttore del “da Bitonto” Franco Amendolagine subito dopo la tragedia: «Il cap. Paolo Mancini non si limitava soltanto a svolgere bene il suo lavoro di Gdf, ma ovunque specie nelle frequenti visite degli studenti al Campo di Aviazione di Palese, sapeva inculcare tanto amor patrio, attaccamento al ruolo della Guardia di Finanza ed entusiasmo per il volo».
Paolo Mancini aveva iniziato la sua avventura nella Guardia di Finanza a soli 19 anni, vincendo brillantemente il concorso per entrare nell’Accademia, a Roma. Fu destinato prima ad Aosta, poi, dopo un anno, partecipò e superò con successo un concorso per elicotteristi a Frosinone. Poi fece tappa a Torino, Pescara e, infine, a Bari.
Dal suo matrimonio con una sua compagna di liceo, Tina, nacque il suo amato figlio Francesco.
L’incidente avvenne alle 8.34 del 31 gennaio 1987. Ad assistere furono in due: Vito Mastronardi, marinaio all’epoca 25enne, e Francesco Settanni, agricoltore di 52 anni.
Raccontarono quanto visto alla Gazzetta del Mezzogiorno il 1° febbraio, in un articolo a firma di Dionisio Ciccarese: «Abbiamo visto cadere prima un pezzo, poi e cascato anche l’elicottero. Il mezzo era a circa cento metri sul mare. Prima di piombare in acqua l’elicottero si è capovolto per cinque o sei volte. Siamo andati in piazza ed abbiamo avvisato un vigile urbano».
Il corpo senza vita di Paolo fu subito ritrovato, mentre quello del suo collega fu inghiottito dal mare.
Le indagini si mossero in più direzioni: guasto improvviso, errore del pilota e raffiche di vento. In seguito fu accertato che, a causare l’incidente fu un’anomalia tecnica che compromise la stabilità di volo. Sin da subito, suo fratello Mimmo addebitò la responsabilità «all’inefficienza degli elicotteri a disposizione, rilevabili anche dai dati statistici sulla frequenza degli incidenti».
A ricordarlo, sulla rivista “Il Finanziere” fu anche il celebre giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo: «Debbo al capitano pilota Paolo Mancini il battesimo del volo in elicottero,quando, a settembre (1986, ndr) con una troupe televisiva di Buona Domenica, realizzai un servizio sull’attività anticontrabbando delle Fiamme Gialle».
A lui, che ne fu comandante dal 12 aprile 1983 al 29 settembre 1985, fu intitolata a novembre 2024 la caserma della Sezione Aerea di Pescara. Sarebbe bello se nel 2027, a 40 anni dalla tragedia, anche il comune di Bitonto facesse qualcosa in sua memoria.

















