Un «divieto di sosta presso tutte le gioiellerie della città» e un appello «a tutti i cittadini, che assistono inermi e impauriti al compimento dei delitti, affinché collaborino con le forze dell’ordine».
È quanto chiesero, il 9 marzo 1971, gli orafi e gli orologiai di Bitonto, nel corso di una protesta indetta a seguito della rapina che, qualche giorno prima, c’era stata in una gioielleria di via della Repubblica Italiana 49. Gioielleria di proprietà di Carmela Cannito, come indica la Gazzetta del Mezzogiorno. L’episodio si era verificato il 6 marzo, poco prima delle 9.30. A raccontarlo sulle pagine del quotidiano pugliese Raffaele Rossiello, 39 anni all’epoca dei fatti, gestore dell’esercizio commerciale e marito di Cannito.
«Dal Rossiello si è appreso che – scrive la Gazzetta – due individui, con capelli lunghi, barbone alla Lucio Dalla e con maxicappotto scuro, hanno chiesto di acquistare un bracciale d’oro bianco. Dopo averlo scelto, hanno chiesto ancora se ci fosse un anello dello stesso stile. Il Rossiello si è portato nuovamente nel forziere ed al ritorno si è visto puntare contro, da uno dei capelloni, una rivoltella».
Alla reazione della vittima, che tentò di strattonare uno dei criminali, seguì la risposta di questi ultimi, che picchiarono il commerciante fino a lasciarlo a terra primo di sensi, nel retro del negozio, dove fu trovato poco dopo da un amico, insospettito dalla sua assenza. Furono sottratti gioielli per un valore di oltre 4 milioni di lire.
«Gioielliere ko con un colpo di karatè» titolò la Gazzetta.
Un episodio criminale che avvenne in un periodo di forte aumento del crimine in tutta Italia, come testimoniavano le cronache locali e nazionali e come raccontava, proprio a partire da quegli anni, anche il cinema, con il successo dei film polizieschi all’italiana, ribattezzati “film poliziotteschi”. Anni in cui, un po’ ovunque, il crimine si fece più sfrontato, soprattutto nelle città, contribuendo a far radicare nei cittadini una percezione di insicurezza. Fenomeno purtroppo internazionale, legato, tra le altre cose, alla diffusione sempre più capillare dei business criminali legati alla droga e alle difficoltà economiche scaturite con la fine del Trentennio Glorioso, il periodo di crescita economica ininterrotta seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Basti pensare che, come in Italia si diffuse il cinema poliziottesco, negli Stati Uniti d’America ci fu un grande sviluppo degli action movie in cui l’eroe di turno combatteva contro la criminalità, o in cui un cittadino vendicava della violenza subita. Si pensi alla fortunata saga dell’ispettore Callaghan, in cui Clint Eastwood e la sua 44 Magnum sfidano la malavita. O a quella di “Death Wish”, approdata in Italia come “Il giustiziere della notte”, in cui Paul Kersey (Charles Bronson) un pacifico cittadino, obiettore di coscienza, si arma per vendicare la propria famiglia. O si pensi, ancora, ad un altro personaggio che, proprio in quegli anni (1974), nacque con i fumetti Marvel della serie The Punisher: Frank Castle, ex marine e poliziotto a cui la mafia stermina la famiglia, innescando in lui una terribile sete di vendetta.
Bitonto non fu certamente esente dal dilagare della criminalità, come testimonia la nota degli orafi e degli orologiai cittadini, che proprio a seguito di quella rapina e di tanti altri furti quotidiani ed episodi di aggressioni, si riunirono in seduta straordinaria, sotto la presidenza del ragionier Salvatore Milano, con l’assistenza del presidente della delegazione dei commercianti, Vincenzo Murgolo. Una nota in cui i firmatari chiedevano a tutti i parlamentari della circoscrizione di impegnarsi affinché a tutte le forze dell’ordine fossero dati tutti i «giusti poteri di prevenzione».
















