Un’ora e mezza sotto la minaccia delle armi e costretti ad atterrare ad Algeri.
È quanto vissuto martedì 23 luglio 1968 ai venti passeggeri del volo El Al 426 Roma – Tel Aviv, dirottato da tre terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Tra i passeggeri, c’erano anche due bitontini. Erano Giuseppe Gesualdo, parroco della chiesa di San Giorgio e cugino del sindaco Francesco Gesualdo, e la signora Anna Tarantino che, a pericolo scampato, dichiarò alla stampa: «Ero convinta che la fine fosse prossima».
Un dirottamento che non ebbe, fortunatamente, morti, ma che diede avvio alla sanguinosissima stagione dei dirottamenti aerei da parte del terrorismo palestinese. Una stagione che durerà fino al 1985, con innumerevoli vittime.
Ma andiamo con ordine. Il Boeing 707 della compagnia israeliana partì nel tardo pomeriggio dall’aeroporto di Fiumicino, diretto verso la capitale israeliana, ma a circa mezz’ora dal decollo, mentre i passeggeri cenavano, i tre dirottatori presero il controllo della cabina picchiando il pilota in testa con il calcio della rivoltella che due di loro impugnavano. Un terzo minacciava passeggeri ed equipaggio impugnando delle bombe. Erano palestinesi con passaporti iraniani e indiani, scelti con cura dal Fplp perché uno era pilota, un altro colonnello dell’esercito palestinese e il terzo era insegnante di karate.
Ad accorgersi sin da subito di quanto stava accadendo furono i passeggeri della prima classe, tra cui gli italiani. Oltre ai due bitontini, sul volo c’erano altri tre religiosi pugliesi (Marco Guido, parroco di Cerfignano, Lecce; Giovanni Mangia, parroco di Casamassella, Lecce; Giuseppe Susca da Scaronno, Lecce), altri due dalla Campania (Nicola d’Apice, da Cassano Caudino, Avellino; il reverendo Caramuda da Avellino, un altro religioso di nome d’Alessandro (sia la Gazzetta del Mezzogiorno, sia La Stampa non indicano il come) e il maggiore Duilio Liberati, in viaggio verso Israele per un convegno internazionale delle forze di polizia.
Gazzetta del Mezzogiorno e La Stampa riportano numerose testimonianze degli italiani a bordo. Abbiamo già citato quanto dichiarato dalla bitontina Anna Tarantino, che aggiunse un altro macabro particolare. Uno dei tre, il più irruento dei tre, dopo aver bagnato il proprio dito con il sangue del pilota ferito e dopo averlo portato alla propria bocca, aggiunse: «Come è dolce il sangue degli israeliani!».
Sempre lo stesso, rivolgendosi ad un passeggero canadese, chiese insistentemente se fosse ebreo e, quando quest’ultimo rispose di essere franco-canadese, esclamò: «E allora va bene, ma non capisco cosa andiate a fare in Israele!».
Altre testimonianze furono rilasciate alla Gazzetta dal reverendo Marco Guido, che riferì che uno dei dirottatori, avvicinandosi al gruppo degli italiani, fece capire che potevano abbassare le braccia, in quando non erano con loro che ce l’avevano. «Italiani buoni» disse il terrorista.
Un altro cittadino danese raccontò che il dirottatore armato di bombe a mano disse di non aver nulla da perdere, in quanto i propri genitori erano stati uccisi l’anno precedente durante il conflitto arabo-israeliano comunemente noto come Guerra dei sei giorni. Guerra vinta da Israele che allargo smisuratamente i suoi confini a danno della Siria, della Giordania e ovviamente della popolazione palestinese che già all’epoca viveva sotto l’occupazione dello stato ebraico. Occupazione di cui il terrorismo contro obiettivi civili era ed è una ingiustificabile risposta.
Preso dunque il controllo del velivolo, i terroristi lo dirottano a Dar El Beida. I passeggeri non israeliani furono liberati sin da subito e presi in custodia dalle autorità algerine. Per loro l’incubo finì il giorno dopo, quando atterrarono a Parigi. Altri dieci passeggeri, tra donne e bambini, furono liberati il fine settimana successivo, mentre per i restanti dodici ostaggi israeliani e per i dieci membri dell’equipaggio l’attesa durò molto di più. Gli ultimi ostaggi vennero rilasciati cinque settimane dopo. I governi israeliano e algerino negoziarono il loro ritorno attraverso i canali diplomatici, giungendo alla loro liberazione in cambio del rilascio di sedici prigionieri arabi condannati.
Tarantino e Gesualdo non furono gli unici bitontini ad essere ostaggio di terroristi palestinesi. Solo cinque anni dopo, il poliziotto Francesco Lillo fu tra gli ostaggi dell’attentato di Fiumicino del 17 dicembre 1973. Un attentato ben più tragico che costò la vita a 32 persone, tra cui sei italiani. Ne abbiamo già parlato in occasione del cinquantesimo anniversario dalla tragedia.
















