Anni Novanta. È venerdì sera, hai voglia di vedere un film. Non uno qualunque. Non uno di quelli in programmazione in tv. Uno in particolare. Internet non è ancora diffuso come oggi e, soprattutto, non è h24. È una tecnologia grezza, fatta di fastidiosi fruscii a 56k, telefoni occupati per tutto il tempo di navigazione e bollette salatissime ad ogni minuto in rete. In molte case non c’è neanche un pc. Cosa fai? Esci di casa, cammini per la città e vai in videoteca.
Luoghi magici. Luoghi in cui camminare alla scoperta di ultime uscite, perle dimenticate, film mai visti. Talvolta si beccava qualche film scadente, ma faceva parte del gioco. Non c’erano algoritmi a suggerirti cosa guardare in base ai tuoi ultimi acquisti, ai siti visitati su internet, né una barra di ricerca dove digitare pigramente un titolo dal divano. Non c’erano milioni di siti, forum, social network dove scoprire in anteprima se un film meritasse la visione o no. Non c’erano chatbot a cui chiedere consigli.
C’era una porta d’ingresso e una sequenza infinita di scaffali colorati. La scelta di un film era un atto fisico, un rituale sociale e di esplorazione: si passeggiava tra le corsie, si prendeva la videocassetta prima e il dvd dopo, si osservava la locandina sul fronte della custodia, si ribaltava la custodia per leggerne la trama sul retro e si sperava, con una punta d’ansia, che dietro l’espositore promozionale ci fosse ancora una copia disponibile e non il desolante vuoto di una cassetta già noleggiata.
Si diffusero a partire dall’invenzione del vhs, le storiche videocassette a nastro, nel 1976. A Bitonto esistevano diverse videoteche. Chi scrive ne ricorda cinque. In via Matteotti esisteva una, che accoglieva il cliente con il faccione di Charlie Chaplin sull’insegna. C’era “L’angolo della musica”, in via Verdi, che oltre al comparto musicale, noleggiava film. Un’altra videoteca era in via Traetta. Un’altra ancora sulla via per Santo Spirito, sotto il porticato poco prima del vecchio passaggio a livello. Poi, all’angolo tra via Verdi e via Repubblica, c’era Ciak, oggi ancora esistente, nonostante abbia totalmente cambiato destinazione d’uso e della videoteca non esiste più alcuna traccia, se non nella memoria di chi l’ha frequentata all’epoca.
Non soltanto punti vendita o noleggio, ma veri e propri presidi di ritrovo generazionale. Ci si ritrovava tra amici, per organizzare, magari, una serata cinema in casa. Si visitava per recuperare quel film che non si era riusciti a vedere a cinema. Si scovavano quei titoli che avevano saltato il passaggio in sala. Qualcuno provava a fare il furbo, masterizzando i film noleggiati.
Talvolta i clienti chiedevano, non senza imbarazzo, i titoli nascosti nel retro, quelli riservati agli adulti (e non certo gli horror). Quelli che non potevano essere esposti alla mercé di tutti.
Il vero algoritmo era lui, il “videotecaro”, che col tempo imparava a riconoscere i gusti cinematografici dei visitatori abituali. Sapeva chi cercava il blockbuster d’azione appena uscito, chi chiedeva il B-movie introvabile e chi preferiva la pellicola d’autore. Un mediatore culturale a tutti gli effetti, dispensatore di consigli ma anche inflessibile custode delle regole del tempo: il rispetto della scadenza di consegna e, prima dell’avvento del dvd, la raccomandazione impressa su ogni vhs: «Si prega di riavvolgere il nastro prima di restituirlo».
Nella seconda metà degli anni Novanta, inoltre, alcune videoteche divennero punti di riferimento anche per chi era appassionato di videogiochi. Qualche videoteca, sottobanco, iniziò a vendere anche copie pirata di giochi a ragazzi che non sempre potevano permettersi costose copie originali. Non è compito nostro rivelare quali, ma chi scrive può dirlo con certezza, senza timore di smentita.
Quelle piccole grandi finestre sulla settima arte e sull’arte audiovisiva in generale, però, non erano destinate a durare ancora a lungo. Presto sarebbero state travolte da una slavina enorme e potente: l’avvento del digitale.
Una slavina che ha cambiato per sempre il rapporto con l’arte audiovisiva. Prima c’è stata la nascita dei grandi store digitali, che ha consentito di trovare qualsiasi titolo immediatamente, senza cercarlo tra gli scaffali di un negozio. E senza muoversi da casa, facendoselo recapitare direttamente a domicilio. In parallelo, lo sviluppo di internet ha consentito lo sviluppo della pirateria, con software che consentivano di scaricare il film che più si desiderava (salvo quando per sbaglio sotto il titolo cercato si nascondeva un film xxx, ma questo è un altro discorso).
Poi, la slavina ancora più grande: la nascita di piattaforme digitali per guardare i film in streaming. Senza necessità di una copia fisica, senza dover occupare spazio nei mobili di casa, senza il fastidio di scaricare illegalmente un film, senza dover occupare spazio sul proprio hard disk.
Nel giro di un decennio, la progressiva perdita di importanza del supporto fisico ha travolto non soltanto le piccole videoteche di quartiere — ormai scomparse dalle mappe cittadine — ma l’intero concetto di supporto fisico. Persino i grandi colossi come Blockbuster, che a Santo Spirito, in via Napoli, aveva un suo negozio, non hanno resistito a quella portentosa valanga. Oggi la parabola si è compiuta: persino nei grandi centri commerciali e nelle catene d’elettronica (come MediaWorld o Euronics), gli spazi un tempo sterminati dedicati a dvd, blu-ray sono stati progressivamente erosi, fino a cestelli in cui, a prezzo molto ridotto, trovi tutto quello che è rimasto invenduto negli anni. Nessun nuovo titolo. Per quelli esiste ormai solamente Amazon.
Stessa sorte ha subito la musica, con il mercato degli album su cd che si è ristretto tantissimo. Oggi a comprare film e musica in supporto fisico sono solamente i collezionisti. Una nicchia ristretta, non certo un mercato così ampio da consentire l’esistenza di cinque videoteche in una città come Bitonto. Per vedere un film non abbiamo bisogno di un dvd o di un bluray. Per ascoltare musica, non serve comprare il cd. Basta una connessione internet e un abbonamento ad una piattaforma (oppure la conoscenza di qualche sito pirata).
Un fenomeno che, oggi, stanno osservando, in maniera anche ampliata, gli appassionati di videogame. Un tempo, anche Bitonto aveva i suoi negozi di computer che vendevano videogiochi. Luoghi dove un’intera generazione ha scoperto il funzionamento dei primi pc e delle console a 16 e 32 bit. Oggi quel tessuto di prossimità è scomparso da tempo. Il supporto fisico per i videogiochi è diventato sempre più marginale, tanto che grandi colossi come Sony hanno recentemente annunciato la fine della produzione di copie fisiche. Non solo perché non conviene, essendosi ridotto il mercato, non solo perché costa meno produrre una copia virtuale, ma anche perché, se dalla copia fisica si guadagna una volta, dagli abbonamenti digitali si guadagna di più e più volte. Con il digitale abbatti il rischio di pirateria ed eviti che lo stesso prodotto sia rivenduto sul mercato dell’usato, pratica lecita che, però, non permette ulteriori ricavi ai produttori.
Il risultato è che oggi sopravvivono solamente le grandi catene, nonostante siano anch’esse ormai in affanno.
La scomparsa del supporto fisico non è soltanto una trasformazione di mercato, ma un cambio di paradigma culturale ed economico. Sostituire la collezione di custodie e copertine con un catalogo in streaming significa passare dall’idea di possesso a quella di licenza d’uso. Non possediamo più film, musica, videogiochi. Abbiamo solamente il diritto temporaneo di fruirne finché la piattaforma decide di mantenerli nel proprio server.
È come se la grande economia capitalista, in nome del profitto, abbia sacrificato l’altro caposaldo della sua esistenza: la proprietà (o, almeno, quella del consumatore, non certo quella dei grandi gruppi economici).
Per quanto si legga meno che in passato, resistono alla slavina del digitale solamente i libri. Forse per il fascino dello sfogliare pagine di carta, forse per l’odore romantico di quella carta appena acquistata. O forse perché leggere libri digitali è semplicemente scomodo.
















