Tenente Vito Modugno. Un nome che, per chi segue la presente rubrica, è già familiare. Fu colui che, la mattina del 29 dicembre 1902, inscenò con molte probabilità il suicidio della moglie Vincenzina Di Cagno, dopo averla uccisa. Ma non è di questo che, oggi, vogliamo parlare.
Perchè prima di quel macabro delitto, nel 1900, il tenente Modugno si rese responsabile di altri crimini, commessi ad oltre 8mila chilometri di distanza, quando l’esercito italiano approdò in Cina, insieme a giapponesi, russi, britannici, francesi, statunitensi e austroungarici per sedare la rivolta dei Boxer, sollevamento contro l’influenza colonialista straniera, ad opera di organizzazioni popolari cinesi, riunite sotto il nome di Yihetuan (Gruppi di autodifesa dei villaggi della giustizia e della concordia).
Erano anni difficili per la Cina che, già indebolita da precedenti guerre e dall’aggressione del Giappone di fine XIX secolo, era stata presa d’assalto dalle grandi potenze occidentali che l’avevano suddivisa in zone d’influenza. Complice la scarsa attenzione dei colonizzatori alle condizioni della popolazione locale, il risentimento antioccidentale crebbe, sfociando nella rivolta.
Tra i soldati italiani inviati in Cina ci fu lui, il tenente Vito Modugno. Partì nel luglio del 1900, come riporta un trafiletto dell’allora Corriere delle Puglie (oggi Gazzetta del Mezzogiorno) il 16 luglio di quell’anno: «È partito alla volta di Napoli, dove s’imbarcherà per la Cina, come abbiamo ieri detto, il tenente Vito Modugno di Bitonto, il quale va ad assumere il comando dell’unica sezione del genio. Egli venne prescelto sia per le sue splendide note caratteristiche, sia per l’ottima prova data nella Colonia Eritrea, dove dimorò tre anni. A lui, che saprà mantenere alto il prestigio della nostra era, i migliori auguri, con la speranza che riabbracci fra non molto la sua famiglia».
Come si intuisce da quanto scritto, non era la prima spedizione militare a cui Modugno aveva preso parte. Sempre il Corriere delle Puglie, il 10 marzo 1896, dava notizia della sua partenza per l’Africa, dove avrebbe preso parte nella rovinosa guerra di Abissinia: «Da Napoli è partito, reduce da Pavia, l’avvenente tenente Vito Modugno, appartenente al genio. Egli è giovane, valoroso e molto compito. I suoi genitori si son recati a baciarlo a Napoli e a dargli un affettuoso saluto, giacché è unico figlio. Al caro Vituccio l’augurio, che un prossimo trionfo gli procuri una bella medaglia».
Su di lui, sul quotidiano pugliese, non si trova altro, oltre alle successive notizie dell’uxoricidio. Al contrario di quanto la testata giornalistica decantò, le gesta del bitontino in Cina furono tutt’altro che onorevoli, specialmente dopo la sconfitta dei rivoltosi, quando gli eserciti occupanti, per smorzare le ultime resistenze locali, si macchiarono di efferati crimini di guerra (concetto all’epoca inesistente), tra cui saccheggi ed esecuzioni sommarie. Fu in questo contesto che si inserirono le vicende criminali di Modugno, raccontate nei rapporti dell’epoca della Marina Militare, consultati dal giornalista Michele Cristallo per il suo libro “Il mistero della morte di Cenzina Di Cagno – ‘Suicidata’ dal marito”, edito da Adda Editore nel 2021.
Per Pechino era partito come volontario, nonostante avesse detto alla famiglia e alla moglie, malata e incinta, di aver risposto ad ordini a cui era impossibile sottrarsi.
«Tra le varie gesta di Modugno, l’irruzione nella casa di un farmacista cinese che fu sepolto fino al collo in una fossa e costretto a rivelare dove nascondeva le sue ricchezze, sotto la minaccia di essere seppellito vivo» rivelò Cristallo il 22 aprile 2022, in un incontro organizzato dal Centro Ricerche di Storia e Arte – Bitonto, nell’ambito della rassegna “Di venerdì”.
Da Pechino, il tenente ritornò il 28 dicembre 1901, con al seguito 18 casse di ricchezze frutto di razzie commesse in Cina, tra cui vasellame antico, stoffe preziose e altri oggetti di valore. A testimoniarne la provenienza criminale fu un commilitone che era stato, sia a Pechino, sia a Tientsin, alle dipendenze di Vito Modugno, ossia Antonio Nebuloso, di Trani, che testimoniò dei suoi saccheggi a danno della popolazione cinese: «Il tenente era solito far man bassa in danno degli indigeni di vasellame, seterie, oggetti preziosi in genere e denaro».
Atti che oggi definiremmo “crimini di guerra”. Ma la legislazione internazionale sul tema nacque solamente qualche decennio dopo, a seguito degli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Modugno tornò dall’Estremo Oriente ricco e accolto come un eroe anche dall’allora sindaco Vito Fione. Solamente un anno dopo, avrebbe inscenato il suicidio di sua moglie, dal cui processo però fu assolto per l’impossibilità di dimostrarne efficacemente la colpevolezza, nonostante i tantissimi dubbi sulla sua condotta. Modugno si trasferì a Firenze, dove morì nel 1918, ucciso dall’influenza spagnola.
















