«Siamo qui addirittura bloccati nel forte, perché da Adigrat non si ha nessuna notizia e tutti i paesi attorno o sono deserti o pieni di gente che ci farebbe volentieri la pelle».
Sono le parole, piene di preoccupazione e paura, del tenente Nicola Amendolagine, nato a Bitonto nel 1868 e di stanza a Macallè nel 1896, anno in cui il Corriere delle Puglie (l’odierna Gazzetta del Mezzogiorno) pubblicò la sua testimonianza dal fronte raccontata in una lettera diretta all’avvocato Nicola Altamura, datata 12 gennaio e pubblicata il 19 gennaio.
Era in corso la guerra di Abissinia, antico nome dell’Etiopia. Una guerra frutto delle mire colonialistiche del Regno d’Italia che aveva avviato l’acquisizione dell’Eritrea nel novembre 1869. La colonizzazione dell’area iniziò però nel 1882, quando il governo acquistò il possedimento di Assab, sul Mar Rosso, per farci un porto di servizio per le navi italiane.
Da Assab iniziò l’occupazione dell’Eritrea lungo la riva del Mar Rosso e il 5 febbraio 1885 fu occupata Massaua. L’espansione continuò poi nell’entroterra fino al 1890, quando l’Eritrea fu dichiarata ufficialmente colonia italiana, dando il via alle mire verso la vicina Etiopia.
Il 2 maggio 1889 venne stipulato il trattato di Uccialli, in base al quale il negus Menelik II accettava le conquiste coloniali italiane in Eritrea e la rappresentanza politica italiana nelle relazioni internazionali con le altre potenze. Trattato che resse fino all’anno successivo, quando l’imperatore etiope, critico verso l’accordo, iniziò a tessere rapporti con Russia e Francia senza passare per il governo di Roma. Ne seguì uno scontro diplomatico che sfociò, nel 1895, nella guerra di Abissinia.
Entrato alla Scuola di Modena nel 1885 e nominato prima sottotenente nel 1887 e poi tenente nel 1891, Amendolagine era partito per l’Africa nel 1895.
«Domani (13) si aspetta l’attacco del forte. Ci sono tre compagnie del maggiore Galliano – scrive nella sua missiva il tenente Amendolagine -. Si è lavorato molto, questi giorni passati, per mettere bene a difesa il forte; ora siamo bene in condizione di dare il benvenuto a tutti gli straccioni che si presenteranno. L’avanguardia nemica è a 15 chilometri di qua e, più indietro, tutta la catena del Ras ed il signor Menelik. Son delle belle emozioni! Regna fra tutti il massimo buon umore, la massima calma, la massima fiducia. Speriamo che si faccia presto qualche cosa e che tutto vada bene».
Ma, nonostante gli auspici del militare bitontino, le cose andarono diversamente.
Poco più di un mese dopo, il 1 marzo, le truppe etiopi avrebbero respinto l’esercito italiano in quella che passò alla storia come la disfatta di Adua, quando i soldati del Regio Esercito furono brutalmente sconfitti: 6mila furono i militari morti, 1500 i feriti e 3mila i prigionieri. Una sconfitta che pose fine alle mire espansionistiche italiane in Etiopia. I soldati italiani ripiegarono in Eritrea e, nel maggio successivo, il governo si adoperò per una soluzione diplomatica al conflitto contro gli etiopi, rinunciando a qualsiasi pretesa di controllo delle loro politiche e annullando il trattato di Uccialli. In cambio il negus Menelik II accettò la sovranità italiana sull’Eritrea. Con la pace di Addis Abeba, nell’ottobre dello stesso anno, il governo italiano rinunciò alle mire coloniali in Abissinia. Almeno fino all’avvento del fascismo. L’Italia riconquisterà Adua e l’Etiopia solo nel 1935 con la guerra coloniale voluta da Mussolini.
Quale fu il destino del tenente Amendolagine?
Sopravvisse. Di lui si hanno notizie nell’edizione del quotidiano del 9 maggio 1897. Ad oltre un anno dalla sconfitta italiana, si trovava vivo e vegeto a Massaua, in attesa di ripartire, di lì a qualche giorno, verso Napoli.
Scrive il Corriere delle Puglia: «Per lui si è tanto trepidato, tutti gli amici al suo ritorno gli faranno una dimostrazione in segno di stima e simpatia».

















