«E più farebbero schifo, se non facessero orrore, quei Titiri e Melibei che vanno spippolando su lor fogliucci per salvataggio l’ecloghetta dei bisogni sociali nella poesia ecc. ecc. Sciagurati! – La nera elegia della doglia mondiale e della sociale ingiustizia è antica nella poesia quanto la terra e quanto l’uomo. – E altre, ben altre muse che i vostri pifferai, l’han cantata mestamente e sublimemente alle genti. Tacetevi, – Il Socialismo è questione severa e terribile, e non trastullo da versi zoppi e articoli rognosi. – E non avete paura di voi stessi, quando, scrivendo o leggendo, le vostre stampite, vi sorprende il rombo della fucilata di Gibellina, il bagliore dell’incendi di Calvaturo (sic), il rantolo del bruciato vivo di Bitonto?».
Scriveva così, il 31 gennaio 1894, Giosuè Carducci in un testo riportato tra pagine conservate nell’archivio storico della Fondazione Di Vagno di Conversano, nel fondo Colella.
Il riferimento bitontino è a quel che avvenne il 10 dicembre 1893, a Bitonto, appunto. La storia è nota. Un impiegato dell’Ufficio Tecnico di Finanza”, di nome Federico Curci (o Curcio), fu vittima della veemenza popolare a seguito di violenti tumulti. La sua colpa fu l’essere ligio ligio al dovere e alle regole. Pieno periodo mariano. La città celebrava la sua patrona, la Madonna Immacolata. A scatenare la violenza della folla, il divieto di accensione dei fuochi in onore della Vergine, previsti in un primo momento per l’8 dicembre, ma non più eseguiti a causa del maltempo e dunque posticipati al 10.
L’allora sindaco Pasquale Cioffrese provò a calmare le acque. Ma l’esito è purtroppo noto. La folla esagitata ebbe facilmente e tragicamente la meglio sul malcapitato, che fu arso vivo. I carabinieri sparano per intimorire i facinorosi. Cadde Vincenzo Carbone, contadino, padre di cinque figli.
Una tragica catena di eventi che si consumava in un periodo di forti tumulti sociali, specialmente nel Meridione, impoverito anche dalle guerre coloniali volute dal governo Crispi con la benedizione della monarchia sabauda. Il clamore fu nazionale, tanto che si indignò persino il già citato Giosuè Carducci che, nella prefazione alla traduzione di Ettore Sanfelice del “Prometeo liberato” di Percy Bysshe Shelley, scrisse «una stupenda e ignorata pagina di fuoco contro i numerosi poetucoli che trattavano in versi la questione sociale», per dirla con le parole usate nei documenti consultati in quel di Conversano.
Parole che, tuttavia, non piacquero ad uno dei padri del socialismo bitontino, Giovanni Ancona Martucci, perchè quanto detto era «non fedele alla verità storica per quanto riguardava Bitonto».
Pubblicista instancabile ed energico battagliero, Ancona Martucci scrisse nei più importanti giornali dell’epoca e anche in varie riviste. Dopo i gravi avvenimenti del dicembre 1893, protestò energicamente contro quella che, a suo dire era una «inesatta espressione usata da Giosuè Carducci in merito a tali avvenimenti».
Ancona Martucci, infatti, sottolineo che i dolorosi avvenimenti del 10 dicembre 1893 non ebbero carattere politico, né economico. Non furono paragonabili ad altri eventi, come il massacro del 1° gennaio 1894 di Gibellina, in provincia di Trapani (venti manifestanti uccisi dalla repressione delle forze dell’ordine) e di Caltavuturo (undici contadini caddero sotto il fuoco dei militari).
Come si legge nelle pagine del documento, stralci di ricostruzioni successive della figura di Giovanni Ancona Martucci e dei protagonisti del socialismo locale a cavallo tra XIX e XX secolo, la motivazione alla base dei disordini bitontini era un’altra: «Vinta dal fanatismo e dalla superstizione religiosa, la più derelitta schiera della plebe bitontina, assalì, in quella fatale giornata, l’ufficio di finanza che aveva opposto indugi, per ragioni fiscali, ad una celebrazione religiosa. Colpito a morte l’impiegato di finanza Curci stramazzò a terra e quindi fu dato fuoco allo stabile e mentre misi pietose sollevavano il caduto, s’iniziava il crepitio dei moschetti dei carabinieri che, subito accorsi, aprirono il fuoco. Pagina terribile, degna di essere cantata nel poema di Lucrezio, ma che dimostra lo stato di ignominiosa ignoranza, di angustie e di miseria, in cui, per lunghi secoli, l’Agraria nostrana tenne le popolazioni del Mezzogiorno d’Italia. Dalle menzogne e dalle calunnie sparse a piene mani su tale avvenimento, il poeta della Terza Italia era stato tratto in inganno».

















