Settembre 1899. Bagno Penale dell’isola di Santo Stefano, Lazio. Un detenuto bitontino chiede di essere visitato da un medico e denuncia di essere stato violentemente percosso da due guardie della struttura carceraria. Dopo una settimana, muore.
È, in breve, la storia del bitontino Vincenzo Carelli, 40 anni, raccontata dal Corriere delle Puglie (oggi Gazzetta del Mezzogiorno) del 16 ottobre 1899. Si trovava sull’isola di Santo Stefano, dove sorgeva un carcere, costruito in epoca borbonica e oggi abbandonato, in attesa di interventi di recupero.
Era rinchiuso lì da qualche anno, dopo che il 15 febbraio 1894 aveva ucciso sua moglie Sabina Stancarone (il quotidiano indicò, per errore, il nome di Filomena Giovine, ma basta andare a ritroso nell’archivio storico, fino ai giorni del delitto, per risalire al vero nome della vittima). Erano sposati dal 15 agosto 1881 ma, racconta il quotidiano, sin da subito si mostrò un matrimonio infelice, fatto di continui maltrattamenti da parte di lui, definito dai suoi stessi parenti “uomo di galera”. Maltrattamenti che culminarono con l’orribile omicidio consumatosi in contrada Casalicchio, nell’agro bitontino. La vittima fu ritrovata esanime, con ben sette profonde ferite e un’abbondante emorragia, in una “posizione sconcia” che lasciava intuire anche la violenza carnale, sempre secondo quanto racconta il Corriere delle Puglie. Arrestato dai carabinieri, nel dicembre dello stesso anno fu condannato all’ergastolo e inviato nel carcere dell’isola laziale, nell’arcipelago delle Isole Ponziane, amministrativamente compresa nel comune italiano di Ventotene, provincia di Latina.
Ed è qui che inizia un’altra storia. Una storia in cui il carnefice diventa vittima.
Carelli, come tutti gli altri ergastolani, era rinchiuso in una cella da cui usciva una sola volta al giorno. Pare fosse, tra i detenuti, uno dei più insubordinati. Tanto che nel 1899, su decisione del direttore del carcere, fu rinchiuso in una cella di isolamento o “cella di rigore” secondo la dicitura dell’epoca. Verso la fine di settembre, Carelli chiese di essere visitato dal medico accusando febbre e dolori al basso ventre. Il direttore della struttura penitenziaria gli inviò il sottotenente medico di cavalleria Grippo, che lo visitò e notò un battito cardiaco accelerato. L’ergastolano, dunque, confidò al medico che la febbre gli era sopraggiunta in seguito a percosse inflittegli da due guardie carcerarie, indicate per cognome: Balestra e Frattarini.
Il medico allora, dopo aver fatto spogliare Carelli, riscontrò una ecchimosi alla parte superiore della mammella destra. Informato dell’accaduto, il direttore interrogò personalmente il detenuto e inflisse una punizione disciplinare alle due guardie, riservandosi di valutare quali provvedimenti adottare nei confronti dei due.
Nel frattempo, la salute di Vincenzo Carelli peggiorò sempre più di giorno in giorno e, dopo una settimana, sopraggiunse la morte. Fu lo stesso Grippo ad eseguire l’autopsia sul cadavere e, oltre a rinvenire un bottone da camicia nell’esofago, constatò gravi lesioni all’intestino e un forte raggruppamento di sangue nel basso ventre, proprio dove Carelli accusava dolori. Proprio quando il sottotenente medico Grippo si apprestava ad inviare la perizia al pretore di Ventotene, quest’ultimo sopraggiunse sull’isola, informato da una lettera anonima di gravi maltrattamenti ai danni di un detenuto. Fu sul posto che seppe della morte dell’uomo e, dunque, avvisò della vicenda il procuratore del Re, che inviò subito sul posto il giudice istruttore Giannone ed il perito medico dottor Rossi.
Nel frattempo, il cadavere di Carelli era stato seppellito. Per effettuare nuove analisi fu dunque necessario disseppellirlo. Invano, dal momento che lo stato di avanzata decomposizione impedì esami approfonditi. Le due guardie furono interrogate a lungo, ma contro di loro non fu possibile raccogliere ulteriori elementi.

















