Portali che consentano viaggi nel tempo, purtroppo o per fortuna, non esistono. Ma, camminando per le città, può capitare di trovarsi a qualcosa che ad un salto temporale ci va molto vicino.
Può capitare di trovarsi di fronte a locali chiusi da anni, in cui sono in corso lavori di ristrutturazione. Locali che restano sigillati, trasformandosi in silenziose capsule del tempo. Tipo quello che si trova su via Rogadeo, poco prima (venendo da piazza Cavour) dell’ingresso della Galleria Nazionale della Puglia “Girolamo e Rosaria Devanna”.
Lì, un tempo, c’era una tabaccheria. I lavori di ristrutturazione attualmente in corso hanno aperto nuovamente quelle porte chiuse da un quarto di secolo, a giudicare dal materiale affisso su di esse, dal lato interno. Materiale che rievoca un’epoca che, se da un punto di vista cronologico non è neanche troppo lontana (parliamo di appena 25 anni), da un punto di vista economico, pubblicitario e tecnologico è un’era geologica fa.
Partiamo dall’aspetto economico, con il listino dei gelati Motta che segna i prezzi in euro e in lire. Mal celato al di sotto di esso, c’è un altro listino, con i prezzi indicati solamente in lire.
La moneta unica europea entrò in circolazione il 1° gennaio 2002, ma già nel 2001 fu imposto l’obbligo di indicare i prezzi in entrambe le valute, per far sì che la gente si abituasse e per evitare confusione nei consumatori e abusi da parte degli esercenti tentati di stabilire arrotondamenti selvaggi al rialzo. Circolavano, in quel periodo, anche calcolatrici che consentivano il rapido calcolo lira/euro. L’obbligo della doppia indicazione restò in vigore, se pure incontrollato, per alcuni mesi. Il debole controllo permise che gli esercizi commerciali aumentassero i prezzi a proprio piacimento, inducendo anche chi non era intenzionato a farlo a seguire l’esempio altrui. Senza contare che i prezzi sui quali sarebbe stato possibile esercitare un controllo (luce, gas, tariffe dei trasporti) vennero aumentati quasi subito dai rispettivi gestori pubblici e privati con il beneplacito del Governo.
Ma torniamo a noi, passando all’altro aspetto. Quello tecnologico e pubblicitario. Su quella porta riaperta dopo così tanti anni si nota un piccolo cartellino che indica la vendita di schede telefoniche. Chi è nato a fine anni Novanta o dopo il cambio millennio, probabilmente non sa neanche cosa siano quelle tessere in plastica (prima ancora in carta) che consentivano, prima della diffusione di massa dei cellulari, di telefonare mentre si era fuori casa sfruttando i telefoni pubblici sparsi per le vie della città. Si diffusero tra gli anni Ottanta e i Novanta, passando per le varie trasformazioni subite dalla telefonia italiana, dalla Sip all’attuale Tim. Esistevano schede di diverso valore e modello ed erano anche oggetto di collezionismo. La diffusione capillare della telefonia mobile ha portato alla rapida scomparsa delle schede telefoniche. E, ovviamente, anche dei telefoni pubblici, che anche a Bitonto rimasero inutilizzati per anni, come una sorta di ruderi urbani in metallo e plexiglas, prima di essere finalmente smantellati.
E, restando in tema di telefonia, come non notare quegli adesivi delle compagnie telefoniche italiane Omnitel e Blu, a ricordare a chi passa accanto a quel piccolo cantiere gli esordi della telefonia mobile di massa, fatti di squilli per dire “sono arrivato”, “ti sto pensando” o, talvolta, “non ho soldi, chiamami tu”. Fatti di sms con caratteri centellinati per risparmiare. Fatti da costi variabili a seconda della quantità e della durata delle chiamate, prima che si passasse alle tariffe fisse mensili. Fatti di schermi verdi con scritte nere (il touch screen non si sapeva minimamente cosa fosse), con i videogame Tetris e Snake impostati di default nei “telefonini”, come si usava chiamarli un tempo. Fatti di suggestive pubblicità con la modella australiana Megan Gale che scalava a mani nude la Space Needle di Seattle al ritmo di “Sky” di Sonique.
Quegli adesivi risalgono all’incirca al 2000. La Blu, infatti, fu attiva dal 1999 al 2002, mentre la Omnitel, nata nel 1994, nel 2001 divenne Vodafone.
Quei reperti ormai scoloriti dall’inesorabile scorrere del tempo raccontano un momento di transizione unico, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primissimi anni Duemila, quando il mondo viaggiava a una velocità diversa, più lenta, e si preparava ad una transizione verso la realtà perennemente iperconnessa di oggi.

















