L’Italia? Mai stata liberale. Neanche nel suo periodo “liberale”, tra il 1861 e il 1925.
“La preoccupazione della libertà fu continuamente soffocata dalla preoccupazione dell’unità”, scriveva Gobetti nel suo saggio del 1924 “La rivoluzione liberale”.
Non lo era allora, liberale, non lo è neanche oggi. Con uno stock del debito pubblico che ha superato i 3.100 miliardi di euro, sintomatico della colossale, abnorme attività del settore “pubblico”, in primis dello Stato, lamentarsi di un Paese, come fanno certi buontemponi in Tv, preda del “liberismo selvaggio” mi sembra un tantino risibile.
E dato che Luigi Einaudi, anche rispetto a Croce, non separava idealmente il liberalismo politico dal liberismo economico, si può ben concludere nel senso che, in Italia, la cultura istituzionale, formalmente democratica, convive oggi, de facto, con un’economia quasi totalmente, governata dal “pubblico”. Altro che liberismo…

È un po’, questo, il vero stigma del liberalismo nostrano, come ha ben dimostrato Francesco Di Battista, storico ex cattedratico a Bari, studioso di vaglia del pensiero economico italiano: « a ben guardare, essi (gli uomini della Destra Storica, De Viti De Marco, Pantaleoni, Einaudi Nitti, ndr.) non fanno altro che confermare il carattere originale prevalente forse più vero degli economisti italiani nei secoli, e cioè il loro moderatismo ». Quel “moderatismo”, funzionale alle esigenze dell’amministrazione pubblica, si dimostrerà poi molto “figlio” di un mancato rinnovamento ideale e pratico delle nostre istituzioni economiche, in anni cruciali, si può dire dalla fine del Settecento in poi, cioè da ben prima dell’unità, e poi durante gli anni del Risorgimento, quando la ventata culturale dell’economia politica liberale, smithiana e ricardiana (che sotto molti aspetti era stata larvatamente anticipata dalle lezioni di Economia Civile di Antonio Genovesi a Napoli e poi ripresa da Fuoco, Cagnazzi, Bianchini), non produsse qui da noi alcuna revisione, teorica o di politica economica dei vari governi e dell’amministrazione pubblica in generale.
Ed è così che si arriva, viaggiando nel tempo (ma sembra quasi di tornare indietro), all’odierna legge di bilancio, e se è per questo anche alle nostre “finanziarie” degli ultimi 50 anni almeno. I funzionari della Camera lavorano alacremente per approntare tutti i documenti necessari; le commissioni pure, tutte al lavoro per pareri ed emendamenti, prima della nuova discussione in aula. La manovra non è granché, è caratterialmente timida, remissiva. Si deve gestire il consenso, certo, nessun taglio a Irpef o Irap degno di menzione, nessuna liberalizzazione dei servizi, un po’ di populismo qua e là sugli extraprofitti bancari. Niente riforme strutturali. Va avanti così, da più di mezzo secolo. Il motivo? È il liberismo selvaggio, bellezza…













