Parte con questo breve contributo la rubrica politica “Open Society”: uscirà la Domenica sul DaBitonto.com. La società aperta, così definita dal filosofo della politica Karl R. Popper, è quella in cui tutti gli individui possono confrontarsi con le loro decisioni personali. Ogni idea ha cittadinanza politica. È questo lo spirito cui vorrebbero ispirarsi i numeri della rubrica.

La Puglia, dunque, ha parlato. Si è espressa, con la voce istituzionale che risuona lieve e mai ridondante, doverosa e sempre segreta, nel laico confessionale dell’urna che è forse l’ultima intimità della democrazia del voto. Più di un terzo degli aventi diritto in Puglia (in tutto sono più di 3,5 milioni di elettori) ha approvato, scegliendo Decaro; la metà di tale terzo ha perso, optando per Lobuono: in tutto fa meno della metà dei voti possibili (41,83%). L’altra metà abbondante ha “votato” apponendo la firma sul muto, ascoso e neanche tanto subdolo candidato dell’indifferenza, tutt’altro che onorevole, sì, ma sempre più montante nei desiderata dei cittadini. Sopportabile o inquietante che sia, frutto del disincanto o di una certa qual stanchezza democratica, il candidato del non-voto oggi vincerebbe in ogni sistema elettorale, con una legittimazione morale, ergo democratica, più che esplicita. Quo usque tandem, Catilina…?
Sul volto riarso della Puglia democratica si addensano, dunque, le ombre del crepuscolo. La scena politica, scevra di forti personalità, oggi è più ampia che profonda. Ai candidati manca il candore ed agli eletti l’elezione: alla politica tutta, il sentimento. Come innamorarsi, allora? Senza sentimento e senza virilità la coscienza avvertita lacera i suoi veli, si ama e si odia con poca o punta intensità. La passione di un discorso non è più il fiume inondante le piazze o il coriandolo di speranza che nevica dal cielo. L’idea non è mai una nuova idea, un volto è sempre uguale ad un altro volto: lo si scorre, col touch-screen, con la stessa celerità di uno spot non gradito. Spam.
Gli elettori chiedono alla politica ciò che la politica non può più dare. Conquistare un diritto, riempirlo di contenuti, consolidarne la praxis: al terzo conclusivo atto la politica somiglia ad un’opera fallita. Succede in Puglia, succede altrove. Si smussano le vette dell’idealità, si tarpa il volo alla moltitudine sognante, s’infrange l’onda lunga della poesia che sa ascoltare gli amanti e sa guardare negli occhi la memoria dei secoli di una regione splendente di storia e di arte e dell’immortale giovinezza delle sue strade, delle chiese, i castelli, di quei borghi imbiancati dal mare e dai secoli.
Si deve concludere così, pensando alla Puglia? Alla sua vocazione commerciale, ai contadini che nel dialogo della coltivazione hanno custodito la terra dei monumentali ulivi? E si deve pensare questo di Bari, capitale oggi di un qualunque regno d’Oriente, o di Lecce barocca ed esotica ad un tempo, e di Brindisi ponte sul mare nostrum? E che dire della Capitanata, ex granaio e gioiello paesaggistico, oggi fantasma dolente della politica? E di Taranto cullata nell’Ellade dai poeti e dagli artisti, fino ad un passo prima dell’Ilva? Ecco, il voto non-voto delle ultime elezioni, lascia questa frustrazione in corpo: un’immensa solitudine dell’elettore che è, forse, il desiderio inconfessato di restaurare il tempo per farne un racconto nuovo: venti righe appena, venti sfumature di grigio e d’azzurro. Dopo tanto bizantineggiare sul “tacco”, gli elettori vogliono voltar pagina e andare avanti. Tornando all’antica…












