Leggo da sempre, con la stessa naturalezza con cui si respira. Dal 2018 condivido le mie passioni letterarie nello spazio social mi ubriaco di universi, tra Instagram e TikTok. Oggi quelle stesse riflessioni – che oscillano tra ironia, sogno e disincanto – approdano su carta stampata e online su da Bitonto. Un grazie sincero all’editore Alessandro Intini e al direttore Mario Sicolo per avermi donato pagine bianche da riempire di consigli, pensieri e un bel po’ di entusiasmo.
Per inaugurare mi ubriaco di universi, serviva un libro che fosse al tempo stesso un classico indiscusso, un feticcio generazionale e, diciamolo, un po’ una rogna. Perché Il giovane Holden è esattamente questo: un romanzo che molti hanno sentito nominare, pochi hanno davvero letto fino in fondo senza lottare con la tentazione di mollare, ma che in qualche modo ci riguarda tutti. C’è un dettaglio che da solo meriterebbe di essere celebrato: Il giovane Holden è l’unico libro Einaudi in cui non solo la copertina è bianca, ma anche la quarta. Bianco su bianco, senza insegne, senza colori sgargianti, come a sussurrarci: “non cercare artifici, qui dentro c’è già tutto ciò che ti serve per perderti e ritrovarti”.
Holden Caulfield, il protagonista, è il ragazzo che tutti abbiamo incontrato almeno una volta nella vita: quello che si lamenta di tutto, che vorrebbe scappare via dal mondo e insieme desidera che qualcuno lo capisca. È l’eroe perfetto per iniziare a parlare di letteratura con i ragazzi, perché la sua voce – ironica, ribelle, disillusa – è la stessa che, sotto sotto, ci portiamo dentro anche noi adulti che fingiamo di avere tutto sotto controllo.
Salinger ci ricorda che crescere non è mai stato un atto lineare né codificabile: non esistono manuali, guide, algoritmi che ci dicano come trasformare fragilità in forza o rabbia in consapevolezza. Si inciampa, si grida contro il mondo, si cede al disincanto, eppure in quel groviglio di contraddizioni si nasconde qualcosa di essenziale: la capacità di osservare sé stessi e gli altri con ironia, di riconoscere la propria imperfezione come terreno fertile di maturità, e di scoprire che la vera crescita non è nell’essere perfetti, ma nel permettersi di essere, sempre, straordinariamente fragili.
Cosa troverete in questo romanzo? Un tono colloquiale, ripetitivo, a volte fastidioso. Ma proprio lì sta la genialità: Salinger ci trascina nella mente di un adolescente che ripete mille volte la stessa parola perché non ha ancora un lessico forbito per esprimere tutto ciò che sente. Lo fa sembrare sciocco, quando in realtà è disperatamente autentico, e in quella autenticità troviamo un riflesso di noi stessi, ancora incerti, ancora fragili, incredibilmente umani.
Quindi sì, Holden Caulfield è un po’ antipatico. Ma ci serve. È lo specchio che ci rimanda indietro le nostre insofferenze, i nostri cinismi, la voglia di mandare tutto al diavolo per cercare un campo di segale in cui salvare almeno un po’ di innocenza.
E allora partiamo da lui: con la promessa che questa rubrica non sarà un museo di libri venerati e impolverati, ma un luogo in cui prenderli in mano, scuoterli un po’, riderci sopra e scoprire che ci parlano ancora. Anche se, a volte, ci parlano con una voce un po’ lagnosa, proprio come quella di Holden. Buona lettura.













