Rubrica a cura di Raffele Verna
Nel cuore dell’Oceano Pacifico, lontana da ogni altra terra abitata, sorge una delle isole più enigmatiche mai conosciute: Rapa Nui, meglio nota come Isola di Pasqua, situata a oltre 3500 chilometri dalle coste del Cile.
La sua scoperta da parte degli europei risale al 1772, quando l’esploratore olandese Jacob Roggeveen vi approdò il giorno di Pasqua, da cui deriva il nome con cui è conosciuta oggi.
Il paesaggio di Rapa Nui è tanto suggestivo quanto inquietante, tre vulcani, Rano Kau, Rano Raraku e Terevaka, ne modellano i contorni e in questo scenario sorgono i Moai, i celebri colossi di pietra che hanno reso l’Isola di Pasqua famosa in tutto il mondo. Queste statue monolitiche, scolpite prevalentemente nella tenera roccia vulcanica del cratere Rano Raraku, sono alte in media 4 metri e pesano circa 12 tonnellate, ma esistono anche esemplari alti 10 metri e pesanti 80 tonnellate, in totale ne sono state censite oltre 900.
Secondo la tradizione orale dei Rapa Nui, i Moai rappresentano gli antenati divinizzati, ogni statua raffigura un capotribù, un capo clan, o una figura di prestigio che, scolpita nella pietra, continuava a vegliare sulla propria gente anche dopo la morte.
Ancora oggi gli archeologi si dividono su diversi punti fondamentali. Quando iniziarono i Rapa Nui a scolpire i Moai? La datazione al radiocarbonio collocano l’inizio della loro costruzione tra il XII e il XIII secolo, ma alcune teorie azzardano periodi più antichi e soprattutto perché la loro produzione cessò. Molti studiosi ritengono che il collasso della società rapanui, causato dalla deforestazione, dall’esaurimento delle risorse e dai conflitti interni, abbia reso impossibile proseguire la costruzione dei Moai. Altri suggeriscono cambiamenti climatici o che le malattie introdotte dagli europei abbiano avuto un ruolo determinante.
Se scolpire i Moai era un’impresa titanica, trasportarli dai fianchi di Rano Raraku fino alle piattaforme cerimoniali disseminate lungo la costa era un’enigma ancora più grande. Per secoli si è pensato che gli isolani avessero utilizzato tronchi d’albero come rulli, facendo scivolare le statue su slitte di legno, ma questo implicava foreste rigogliose, mentre l’isola al contrario non conteneva alberi in abbondanza. Altri hanno ipotizzato all’uso di corde e di centinaia di uomini che avrebbero trainato le statue su slitte inclinate, tuttavia questa teoria non chiarisce come potessero essere spostate per centinaia di chilometri su suoli accidentati. Oggi invece si pensa, a ragion veduta che i Moai camminavano una volta legati da corde alla testa e alla base della statua, facendoli oscillare lateralmente, spostandoli in avanti un passo alla volta.
Forse però, il vero mistero dei Moai non sta nel come furono costruiti e trasportati, ma nel perché continuino a parlarci con tanta forza, i Moai sono statue silenziose che celano una voce che attraversa i secoli e che invita l’umanità a far tesoro del proprio passato.
















