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Home » La Santa Sindone di Torino Parte II

La Santa Sindone di Torino Parte II

Tra prove e ipotesi

La Redazione by La Redazione
16 Gennaio 2026
in L'opificio del Diavolo
La Santa Sindone di Torino Parte II
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Ben ritrovati al consueto appuntamento con la rubrica “L’Opificio del Diavolo”, riprendiamo da dove avevamo interrotto parlando delle prove che attesterebbero l’autenticità della Santa Sindone esposta a Torino.

Nel 1976 due ricercatori decisero di avvalersi della tecnica della “esaltazione d’immagine”. Si trattava di un metodo modernissimo, il cui fine era quello di esaminare la brillantezza relative da tutte le singole aree costituenti una fotografia, per poi intensificarle in modo selettivo, allo scopo di esaltare le parti sottostanti e trasformare l’immagine bidimensionale in una tridimensionale. In questo modo, i due ricercatori Jackson e Jumper ottennero un risultato assai più dettagliato di una semplice fotografia, osservando inoltre che su entrambi gli occhi erano state deposte due monete, nel rispetto del costume ebraico del tempo, successivamente identificate da Donald Lynn e Jean Lorre, come “leptoni” i cosiddetti “oboli della vedova” di cui si parla nel Nuovo Testamento.

Ovviamente resta un mistero come l’immagine sia stata impressa nella stoffa, anche se alcune ricerche condotte dalle università americane hanno evidenziato una certa analogia con le “bruciature da radiazione”, come quelle successive ad una esplosione atomica, alludendo ad una breve esplosione radioattiva causata dalla resurrezione del Cristo all’interno della tomba.

Nel 1988 dopo vari tentennamenti, si acconsentì di procedere alla datazione al carbonio 14, con la Chiesa di Roma che decise di concedere il permesso. Parti del tessuto furono spediti a tre diversi laboratori, quelli dell’Arizona, di Oxford e di Zurigo e i risultati resi noti all’indomani delle prove di laboratorio facevano risalire la Sindone ad un periodo compreso tra il 1260 e il 1390, compatibile con la prima comparsa del telo in Europa, giungendo alla conclusione che la preziosa reliquia fosse un falso.

Esami successivi, come quelli di Rogers nel 2005, rivelarono però differenze chimiche tra il campione datato e il resto del telo e in più ulteriori analisi hanno indicato tracce di vanillina molto inferiori a quelle attese in un lino medievale e se poi consideriamo che il lino può assorbire carbonio moderno, da fumo, incendi e contaminazioni biologiche, ai quali il telo era stato sottoposto, questi aspetti inficerebbero i risultati ottenuti con la datazione al carbonio 14.

Di ipotesi suggestive, proposte nel tentativo di spiegare l’origine della Sindone ne sono state avanzate parecchie, c’è chi ha sostenuto che sia stata dipinta da Leonardo da Vinci, considerando che sia il nitrato che il cloruro d’argento, agenti chimici adoperati per “fissare” le immagini, erano già noti al tempo di Leonardo, altri in modo più ardito ritengono che il tessuto non rappresenti il corpo martoriato del Cristo, ma nientemeno del maestro dell’Ordine del Tempio, Jacques de Molay, che non sarebbe stato giustiziato al rogo, ma attraverso il supplizio della crocifissione.

Concludo dicendo, che la dove la scienza, per ovvie ragioni, si ferma si entra nel terreno della fede, la cui pertinenza e sfera d’azione, non si agita tra provette e alambicchi, ma alberga luminosa tra le fibre dei nostri cuori.

(Rubrica a cura di Raffaele Verna – foto di Di Giuseppe Enrie, 1931 – From the Hebrew Wikipedia. Original file is/was here. (Original upload log available below.), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2448566 )

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