La Sindone di Torino, il telo lungo 4 metri che si crede abbia avvolto il corpo del Cristo dopo la deposizione dalla croce, è stata oggetto di esami e discussioni e il fatto che esistano altri 40 luoghi in Europa pronti ad esibire la medesima reliquia, spinge a credere all’infondatezza su una sua presunta autenticità, ma oggi tratteremo di argomenti e prove che inducono l’esame storico – scientifico a sostenere l’esatto contrario.
Nel 1389 il vescovo di Troyes Piero d’Arcis, affermò che il telo era un falso dipinto da un’artista e disse che ne avrebbe replicata una copia, ma il tentativo fallì. Nel 1532 la Sindone rischiò di essere distrutta tra le fiamme che devastarono la Cappella di Chambery, in Francia, per fortuna le lesioni del tessuto risparmiarono la parte centrale del telo.
Ma la parte storica del racconto si anima quando un fotografo torinese, Secondo Pia, ricevette l’incarico di scattare alcune fotografie alla Sindone, che dal 1578 si trovava nella cattedrale di Torino.
Cosa accadde? Mentre sviluppava le lastre fotografiche, esaminando il negativo e non la stampa della fotografia in positivo, la pellicola restituiva un volto ben definito e non la sagoma indistinta percepibile ad occhio nudo, l’ipotesi quindi era che nessun pittore avrebbe potuto creare un’immagine in negativo e soprattutto dipingere senza vedere che cosa stava facendo e soprattutto ai tempi del ritrovamento dell’oggetto sacro, parliamo del 1353, la fotografia non esisteva ancora,
L’importante dettaglio che il professor Yves Delage della Sorbona evidenziò, intorno ai primi anni del ‘900, era che l’immagine era stata ottenuta per “contatto” , ma non contatto diretto, infatti non solo le parti sporgenti erano chiaramente visibili, ma anche le incavature del viso.
In aggiunta non poteva trattarsi di pittura perché sarebbe scesa nella struttura del telo, invece le macchie che definivano la figura stavano in superficie e le indagini al microscopio non denunciavano la presenza di unguenti.
Un altro studioso Max Frei di Zurigo, aveva notato che sul telo c’erano tracce di polvere, che prelevò, applicando del nastro adesivo sui frammenti del telo. Una volta portati in laboratorio e analizzati al microscopio, constatò, che si trattava di granelli di polline mischiati a particelle minerali, che si potevano trovare solamente nella valle del fiume Giordano. Alla fine della sua ricerca, nel 1973, Frei riconobbe quarantacinque tipi di polline, alcuni provenienti da Gerusalemme, altri da Istanbul altri ancora di Urfa, Francia e Italia, prova pressoché irrefutabile che il lenzuolo fosse originario della Terra Santa e che si fosse spostato attraverso Turchia, Francia e Italia.
Per oggi concludiamo qua, ma il nostro viaggio tra prove e ipotesi che gettino una luce nuova sull’autenticità della Santa Sindone di Torino non finisce per ora e mi auguro di ritrovarvi tra una settimana con il consueto appuntamento della rubrica “L’Opificio del Diavolo”.
(Rubrica a cura di Raffaele Verna – foto dal web)

















