Atlantide può essere forse annoverata come il più grande enigma ad aver incuriosito sia la storiografia ufficiale che gli studiosi di archeologia misterica. Il primo a parlarne fu il filosofo Platone con una narrazione suddivisa tra il Timeo e il Crizia. Platone spiega come il poeta e storico Crizia sapeva che Solone, celebre legislatore ateniese, giunto nel 590 a.C. a Sais in Egitto aveva appreso dell’esistenza di Atlantide da un sacerdote egiziano e di come aveva raggiunto una fiorente civiltà già ai tempi della fondazione di Atene e quindi nel 9600 a.C. Il prete aggiunge che Atlantide sorgeva al di la delle Colonne d’Ercole e che fosse estesa come Libia e Asia messe insieme. Successivamente spiega come avesse conquistato l’intera Europa e che alla fine fosse stata sconfitta proprio da Atene, l’unica poleis che si oppose al suo strapotere. A questo punto violenti terremoti e maremoti distruggono questo subcontinente facendolo sprofondare nell’oceano nel volgere di un giorno e una notte.
Nel Crizia apprendiamo di come fosse stata fondata dal dio Poseidone e che tra la stirpe degli Atlantidei ci fossero abili ingegneri e architetti, costruttori di palazzi, porti e templi. Il racconto prosegue spiegando che si estendeva per 11 miglia antiche e che un canale largo 90 metri e profondo 30 collegava l’isola al mare aperto.
La condotta degli Atlantidei però peggiora e li porta a corrompersi nel vizio, scatenando l’ira di Zeus che chiama a consiglio tutti gli dei. Peccato però che il Crizia si interrompe e non prosegue oltre nella trattazione e il terzo dialogo, l’Ermocrate, non fu mai prodotto e quindi non si conosce il responso a questo giudizio anche se non è difficile immaginare che il verdetto fu la condanna.
Molti studiosi successivamente ritennero che Atlantide fosse solo un parto dell’immaginazione dell’autore, da considerarsi nè più nè meno che un’allegoria politica, visto che lo stesso allievo Aristotele protendeva verso questa ipotesi.
Difatti il racconto di Atlantide restò a sonnecchiare tra le pagine dei testi di Platone per quasi duemila anni fino al XIX secolo quando il congressista Ignatius Donnelly gli dedica il libro “Atlantis, the Antediluvian World” scritto nel 1882, dove rivela una grande conoscenza di geografia, geologia, storia dei popoli e linguistica. Nel libro si apprendono leggende legate al diluvio che si estendono dall’Egitto al Messico e fa notare come la stessa Australia altro non sia se non la parte visibile di un immenso blocco continentale che andava dall’Africa al Pacifico, che gli scienziati hanno ribattezzato Lemuria.
Nel 1905 un gruppo di archeologi tedeschi annunciò di aver scoperto una città perduta chiamata Tartesso sulla costa atlantica della Spagna, nei pressi della foce del fiume Guadalquivir ed erano convinti che fosse l’Atlantide raccontata da Platone.
Concludo citando gli studi di un’altra archeologa, Elena Maria Whishaw, che spese oltre 25 anni nell’area intorno all’antica fortezza di Niebla, che dopo aver scoperto importanti resti in pietra e soprattutto un articolato reticolo idraulico di alta ingegneria, giunge alla conclusione nel suo libro “Atlantis in Andalusia” che il territorio dell’odierna Andalusia fosse stata colonizzata dagli Atlantidei scampati alla catastrofe.
Chissà forse il mito di Atlantide è una storiella da raccontare ai bambini o forse un monito per tutti noi a rispettare l’ecosistema ambientale, visto che stando alle previsioni di alcuni esperti non è una possibilità remota che la terra venga investita da altre eruzioni catastrofiche, alle quali, come la teoria insegna, seguirebbero ere glaciali, che ricreerebbero le stesse condizioni cosmico – planetarie che causarono la fine di questa antica civiltà, ma fino ad allora potremo sempre perderci tra appassionanti studi e ipotesi ardite che stimolino la nostra più recondita e personale immaginazione.
(Rubrica a cura di Raffaele Verna )

















