Alla domanda “come stai?”, la risposta più frequente è diventata una sola: stanca, stanco.
Lo diciamo quasi senza pensarci. È diventata una formula automatica, come se fosse normale vivere costantemente in affanno.
Siamo stanchi di correre, di incastrare impegni, di essere sempre reperibili, performanti, presenti. Stanchi di giornate che iniziano prima di noi e finiscono dopo di noi.
Ma se ci fermiamo un attimo ad ascoltarci davvero, scopriamo che non sempre questa fatica nasce dal corpo.
È una stanchezza che spesso ha a che fare con la frammentazione. Siamo divisi in mille ruoli, notifiche, richieste. Sempre in movimento, raramente in contatto.
Lo psicoanalista Wilhelm Reich parlava di “corazza caratteriale” ovvero di tensioni che accumuliamo nel corpo per adattarci alle richieste dell’ambiente. Quando dobbiamo essere forti, veloci, efficienti, il corpo trattiene. Spalle sollevate, mandibola serrata, respiro corto. Col tempo non ce ne accorgiamo più. Ma quell’energia trattenuta, alla lunga, si paga in fatica.
A volte non siamo stanchi perché facciamo troppo.
Siamo stanchi perché non respiriamo abbastanza.
Perché non ci concediamo pause vere.
Perché non abitiamo il nostro ritmo.
Perché siamo sempre proiettati in un tempo diverso da quello del presente.
Mi torna in mente allora una canzone che parla proprio di questo scarto tra vita vissuta e vita attesa: La stagione dell’amore di Franco Battiato. Quando canta:“Passiamo intere giornate ad aspettare qualcosa che non viene mai”, sembra descrivere quella stanchezza sottile che nasce dal rimandare, dall’aspettare che arrivi un tempo migliore per sentirci finalmente a posto. Intanto però il presente si consuma, e noi con lui.
Forse la stanchezza è un messaggio gentile. Non un nemico da combattere con altro caffè o altra produttività. Un segnale che ci chiede di tornare dentro.
Per questo può essere utile uno strumento semplice ma profondo: il training autogeno.
È una tecnica di rilassamento sviluppata negli anni Trenta dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. Si basa su esercizi di concentrazione passiva su alcune sensazioni corporee – come il peso, il calore, il respiro – accompagnate da formule mentali brevi e ripetitive. L’obiettivo è attivare spontaneamente una risposta di calma nel sistema nervoso, riducendo tensioni muscolari e stato di allerta.
Non è qualcosa di complicato. È un modo per rieducare il corpo alla distensione.
Quando mi accorgo che la stanchezza è diventata affanno, scelgo di fermarmi e faccio così.
Mi siedo con i piedi ben appoggiati a terra. Appoggio le mani sulle cosce. Chiudo gli occhi o abbasso lo sguardo.
Porto l’attenzione al respiro senza modificarlo.
Poi inspiro lentamente contando fino a quattro. Ed espiro contando fino a sei.
Dentro di me ripeto:
Il mio respiro è calmo.
Le mie spalle si distendono.
Posso rallentare.
Sento il peso del mio corpo sulla sedia.
Sento i piedi che toccano il suolo.
Per un minuto non devo fare nulla.
Non devo rispondere a nessuno.
Non devo dimostrare niente.
Il training autogeno nasce proprio per questo: insegnare al sistema nervoso a ritrovare uno stato di quiete attraverso parole semplici e attenzione al corpo. È un modo per dire a me stesso che posso fermarmi senza crollare. Che posso rallentare senza perdere valore.
Forse la vera rivoluzione, oggi, non è fare di più.
È concedersi spazi vuoti.
Non siamo macchine da prestazione continua. Il cuore alterna sistole e diastole. Anche noi abbiamo bisogno di contrazione e di pausa.
La stanchezza non è solo un limite.
Può diventare un invito:
a scegliere meglio,
a dire qualche no,
a respirare più profondamente,
a tornare interi.
La prossima volta che qualcuno ci chiederà “come stai?”, forse proveremo ad ascoltare davvero la risposta.
Perché sotto la parola “stanchi” potrebbe esserci un bisogno più profondo: essere meno frammentati, più presenti, più vivi.
Buon so-stare a tutte e tutti!
Per ascoltare il brano:
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine : Antony Gormley – Body Buildings )

















