Viviamo in un’epoca che ci chiede di capire tutto.
Capire cosa proviamo, perché lo proviamo, da dove nasce, dove ci porterà. Capire le relazioni, il lavoro, le scelte, perfino il dolore. Il capire è diventato una forma di controllo. Un tentativo continuo di anticipare, prevedere, spiegare, per non sentire il rischio dell’incertezza. Eppure, in questo incessante lavoro mentale, rischiamo di smarrire qualcosa di fondamentale: l’arte di sentire.
Sentire non è capire.
Sentire è abitare ciò che accade adesso. La psicologia umanistico-esistenziale ci insegna che l’atto psicologico, per essere realmente curante, deve riportare la persona al centro, nel qui ed ora. Non nel passato che trattiene e appesantisce, né nel futuro che minaccia e allarma, ma nel tempo presente, l’unico spazio in cui la vita accade davvero.
Viviamo infatti in un’epoca in cui gli sguardi sono spesso sbilanciati: troppo rivolti al passato, generando rimpianto, colpa, immobilità – terreno fertile per stati depressivi; oppure eccessivamente proiettati nel futuro, alimentando preoccupazione, iper-controllo, ansia.
Il presente, invece, è il grande assente.
E con esso, il corpo, il respiro, la sensazione immediata dell’esistere.
Nel tentativo di sentirci al sicuro, cerchiamo di definire tutto:
le relazioni (“cosa siamo?”),
il tempo (“quanto durerà?”),
gli spazi (“fin dove posso arrivare?”).
Definire rassicura.
Mettere confini calma l’angoscia. Ma spesso questo bisogno di controllo non nasce dalla chiarezza, bensì dalla paura di sentire. Quando mentalizziamo troppo, non stiamo entrando in contatto con l’esperienza: la stiamo tenendo a distanza. Il sentire, al contrario, non chiede spiegazioni immediate. Chiede presenza.
In questo senso la musica che consiglio di ascoltare come sottofondo mentre leggerete quel che segue è “La cura” di Battiato: potrebbe diventare una vera e propria pratica di ascolto consapevole.
Quando la canzone parla di attenzione, di protezione, di vegliare sull’altro, ci invita implicitamente a fermarci e a chiederci: dove sono adesso? Sto ascoltando con la mente o sto accordando il mio respiro alle note?
Il messaggio profondo non è l’idea di “salvare” o “aggiustare”, ma quella di esserci. Come la mindfulness ci insegna, non si tratta di intervenire, ma di stare accanto all’esperienza così com’è. Alcuni passaggi del brano evocano la capacità di attraversare paure, fragilità, tempeste interiori. Tradotti in chiave psicologica, diventano piccoli gesti di presenza:
restare con ciò che c’è, senza fuggire;
non anticipare l’esito, ma abitare il processo;
offrire attenzione prima ancora che soluzioni.
Questo è il cuore del qui ed ora: non eliminare il dolore, ma renderlo vivibile perché la psicologia ci ricorda che la guarigione non avviene quando capiamo tutto, ma quando torniamo a sentire ciò che è vivo nel presente.
Recuperare l’arte di sentire significa riconciliarsi con la propria natura. Significa riportare lo sguardo al presente, al corpo, alla vita che accade ora. Non per rinunciare al pensiero, ma per restituirgli il suo giusto posto.
In un mondo che corre avanti e indietro nel tempo, sentire è un atto profondamente terapeutico. E, forse, anche un ritorno a casa.
Un buon “qui ed ora” a tutte e tutti.
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine : Edward Hopper – Automat – )
















