“La vita non è in ordine alfabetico” è il titolo di un libro dello scrittore Andrea Bajani, ma è anche una frase che, appena la si ascolta, sembra raccontare qualcosa di molto profondo della nostra esperienza.
Tutto parte dalla descrizione di un momento semplice eppure epocale: il giorno in cui il maestro insegna ai bambini l’alfabeto. Un gesto quotidiano, quasi invisibile. Eppure in quel momento accade qualcosa di grande.
È la fine di un mondo e l’inizio di un altro.
La fine di un mondo in cui le cose accadono e basta.
Un mondo fatto di esperienza diretta, di intuizioni, di vita che scorre senza bisogno di essere continuamente spiegata.
E l’inizio di un altro mondo.
Un mondo in cui le cose devono essere messe in ordine, una dopo l’altra.
Come le lettere dell’alfabeto.
In fila indiana.
Forse è proprio da lì che impariamo qualcosa che ci accompagnerà per tutta la vita: il desiderio di dare ordine al caos, di sistemare la realtà dentro schemi comprensibili.
È un movimento naturale.
Profondamente umano.
Organizziamo le giornate, pianifichiamo le settimane, cerchiamo di prevedere cosa succederà.
Pensiamo a quello che dovremmo fare dopo mentre stiamo ancora facendo altro.
Cerchiamo di essere presenti ovunque: nel lavoro, nelle relazioni, nelle aspettative degli altri, nelle promesse fatte a noi stessi.
Così le nostre vite diventano piene.
Piene di impegni, di pensieri, di direzioni.
A volte anche troppo piene.
La psicologia ha una definizione specifica per questa tendenza: ipercontrollo, ovvero quel movimento interiore che ci porta a voler governare tutto, il tempo, le emozioni, le situazioni, perfino l’immagine che diamo agli altri.
Non nasce quasi mai dal desiderio di dominio. Nasce, più spesso, da un bisogno di sicurezza.
Se riesco a controllare tutto, forse nulla mi sfuggirà.
Se tengo insieme ogni pezzo, forse nulla cadrà.
Ma vivere così ha un costo.
Perché la vita – semplicemente – non si lascia controllare fino in fondo.
E quando proviamo a farlo, qualcosa dentro di noi si tende.
Ogni imprevisto diventa un piccolo allarme.
Ogni ritardo una crepa nel sistema.
Ogni errore una prova che non stiamo facendo abbastanza.
È lì che spesso compare l’ansia.
Lo psicologo esistenziale Rollo May afferma che l’ansia non è soltanto un sintomo da eliminare, ma spesso il segnale che stiamo tentando di difenderci troppo dalla vita, come se cercassimo di costruire un mondo senza incertezza. Allo stesso modo Donald Winnicott parlava della salute psicologica non come di una condizione di controllo perfetto, ma come della possibilità di vivere in modo spontaneo e autentico, senza dover continuamente sorvegliare ogni movimento dell’esistenza.
L’ansia è un tema vasto e complesso, che meriterebbe uno spazio tutto suo.
Per questo tornerò ad approfondirlo nei prossimi articoli, provando a comprenderne meglio le radici e le forme che assume nella nostra vita quotidiana.
Per ora possiamo restare su questa immagine. Quella di ciascuno di noi intento a mettere “tutto in ordine”:
Un pezzo di noi è nel lavoro.
Uno nei pensieri di domani.
Uno nelle cose che non abbiamo ancora fatto.
Uno nelle aspettative che sentiamo addosso.
Così finiamo per vivere frammentati. E quella che sentiamo non è soltanto stanchezza. È una forma di dispersione. Come se la nostra energia fosse sparsa in troppe direzioni.
A volte, mentre rifletto su questa corsa continua, mi torna in mente una canzone di Daniele Silvestri che si intitola “Quali alibi”.
Il titolo stesso è una domanda che ci riguarda da vicino.
Quali alibi costruiamo per continuare a correre?
Quali giustificazioni inventiamo per non fermarci mai davvero?
Forse l’ipercontrollo funziona proprio così.
Diventa una promessa silenziosa: se tengo tutto sotto controllo, allora andrà tutto bene.
A questo proposito mi viene in mente una breve poesia del poeta statunitense James Dillet Freeman, spesso citata nei percorsi di meditazione e riflessione. Oggi vorrei donare questa piccola riflessione, quasi come un invito gentile a fermarci per un momento:
Non puoi trattenere il vento
stringendo i pugni.
Quando apri le mani
l’aria finalmente passa
e tu puoi respirare.
Forse il contrario del controllo non è il disordine.
Forse è semplicemente fidarsi un po’ di più del movimento della vita.
E ricordarsi, ogni tanto, che la vita – davvero – non è in ordine alfabetico.
Buon dis-ordine a tutte e tutti.
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine: Gastone Novelli, Senza titolo, 1963, collage su carta)
















