Da bambini – e ogni volta che ci concediamo di tornare ad esserlo – le luci di Natale sui balconi hanno, almeno una volta, catturato il nostro sguardo. Lentamente l’attenzione si è spostata dalle luci alle finestre delle case e, da lì, i pensieri hanno preso il volo verso le vite che si muovevano all’interno: emozioni immaginate, sensazioni intuite, storie silenziose custodite nell’intimità della nostra fantasia.
È da questo spazio sospeso che il Natale arriva, come una veglia silenziosa.
Non sempre giunge con il passo leggero delle luci o con il conforto delle tavole imbandite. A volte arriva bussando piano, quando le case sono accese ma dentro resta una stanza in ombra. È il tempo delle presenze e delle mancanze, dei nomi che non vengono più pronunciati ad alta voce, dei ricordi che si siedono accanto a noi senza chiedere permesso.
Il Natale amplifica.
Amplifica la gioia, ma anche la nostalgia. Amplifica l’amore, ma anche il vuoto. È una festa che non lascia scampo: chiede verità. E la verità, spesso, non è scintillante.
In questa notte che simbolicamente veglia, siamo chiamati a una forma antica di custodia: non quella che protegge chiudendo, ma quella che resta. Custodire ciò che c’è, anche quando è fragile. Custodire ciò che è stato, senza pretendere che torni com’era. Custodire se stessi, soprattutto quando la tentazione è quella di indurirsi.
Dal punto di vista umanistico, il Natale ci mette davanti a una domanda radicale: posso restare aperto anche quando fa male?
Dal punto di vista del corpo, questa domanda si traduce in tensione o in cedevolezza. Le spalle che si irrigidiscono, il respiro che si accorcia, il petto che si chiude sono tentativi di resistenza. Comprensibili, umani, ma spesso costosi. Perché resistere sempre stanca.
La bioenergetica ci insegna che il corpo non cerca la lotta continua, ma l’equilibrio. E che esiste una forza diversa, meno celebrata, ma profondissima: quella del lasciar andare.
Cedere non è crollare. È permettere al peso di redistribuirsi. È dire al corpo: puoi appoggiarti.
Spesso, nella resa, si nasconde più forza che nella resistenza.
Il Natale, nella sua origine più nuda, parla proprio di questo. Di una nascita che non avviene nel centro, ma ai margini. Di una vita che non si impone, ma si affida.
“Fare mondi nelle rovine come Gesù nascendo in una grotta” non è solo una frase evocativa: è un orientamento esistenziale. È il riconoscimento che non serve aspettare condizioni ideali per generare senso. La vita accade anche – e soprattutto – dove non avevamo previsto.
Questo passaggio chiede timore sacro, quello stato affettivo in cui meraviglia, rispetto, vulnerabilità e limite coesistono.
Non paura, ma rispetto profondo. Il timore sacro è ciò che ci fa abbassare la voce davanti a ciò che è fragile: una perdita, un dolore, un ricordo, una parte di noi che non è guarita. È il contrario della fretta di “stare bene a tutti i costi”. È l’arte di so-stare.
Talvolta vince chi smette di forzare, chi accetta i propri limiti, chi rinuncia all’illusione del controllo e si permette, senza difese, di abitare pienamente la propria umanità. “Vince chi molla” di Niccolò Fabi credo sia il dono da concedersi per questo Natale.
“Lascio tutto fluire
L’aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla
Vince chi molla”
Siamo fatti per re-esistere.
Non per tornare quelli di prima, ma per abitare il dopo. Re-esistere significa esistere di nuovo, in una forma diversa, magari più essenziale. Con meno difese e più contatto. Con meno armature e più verità.
Se questo Natale porta con sé malinconia, non cacciarla via.
Veglia con lei. Custodiscila. Lascia che il corpo trovi il suo ritmo. Forse, proprio lì, nella cedevolezza, sta nascendo qualcosa che ancora non vedi.
Buon Natale di re-esistenza a tutte e tutti.
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine : Kiefer – Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria) Interpretazione: fiorire nonostante)














