Quante volte, anche senza dirlo ad alta voce, ci siamo sentiti non abbastanza?
Non abbastanza bravi, non abbastanza capaci, non abbastanza all’altezza delle aspettative. È una sensazione diffusa, quasi normale, e proprio per questo spesso invisibile. Eppure accompagna molte vite come un rumore di fondo, discreto ma costante.
Il merito, oggi, non è più soltanto un riconoscimento per ciò che si fa. È diventato una misura del valore personale.
Non riguarda solo il lavoro o lo studio, ma invade le relazioni, i ruoli, persino il diritto al riposo. Ci sentiamo autorizzati a fermarci solo dopo aver fatto abbastanza. Ma cosa significa davvero abbastanza? E chi stabilisce quando lo è?
Cresciamo imparando che non basta essere: bisogna dimostrare.
Dimostrare di meritare attenzione, stima, spazio. Così il merito smette di restare fuori e diventa una voce interna, un giudice silenzioso che valuta e confronta. Quante scelte quotidiane nascono dal desiderio di essere riconosciuti? E quante, invece, dalla paura di non valere?
Prima ancora di essere pensato, però, il merito viene sentito.
Si deposita nel corpo: nel respiro trattenuto, nelle spalle rigide, nella fatica che non passa neppure quando ci fermiamo. Il corpo registra ciò che la mente prova a razionalizzare. In questo senso, il lavoro di Alexander Lowen ci ricorda che il valore non è un concetto astratto, ma un’esperienza incarnata. Quando non ci sentiamo degni, il corpo lo racconta molto prima delle parole.
È qui che il tema del merito incrocia una verità più profonda, raccontata con grande semplicità anche nella canzone “La verità” di Brunori Sas.
…La verità
È che ti fa paura l’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi
Prima o poi dovrà finire
La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più…
In questo brano emerge il bisogno di smettere di indossare maschere, di sostenere ruoli, di dimostrare continuamente qualcosa a qualcuno. La verità, suggerisce la canzone, non è eroica né spettacolare: è fragile, spesso scomoda, e riguarda il riconoscere i propri limiti senza vergogna.
Non essere invincibili, non essere impeccabili, ma essere reali.
Il punto critico nasce quando l’essere viene sostituito dal dover dimostrare.
Ogni risultato diventa provvisorio, ogni traguardo chiede subito un altro traguardo. Quante volte, dopo un successo, abbiamo provato solo un sollievo momentaneo invece di una vera soddisfazione? Come se il valore conquistato potesse svanire da un momento all’altro.
In fondo, ciò che cerchiamo non è il merito in sé, ma il riconoscimento.
Il bisogno di essere visti, accolti, considerati. Abraham Maslow lo aveva colto con chiarezza: prima di realizzarci, abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti. Senza questo passaggio, non cresciamo davvero; impariamo piuttosto ad adattarci, a funzionare, a rispondere alle richieste.
“Ciascuno cresce solo se amato”.
E dovremmo essere noi i primi a concederci amore.
Forse, allora, la domanda non è se il merito sia giusto o sbagliato, ma quale posto occupa nelle nostre vite.
È il fondamento del nostro valore o una sua conseguenza? È una condizione per esistere o un riflesso naturale di ciò che siamo?
La canzone di Brunori sembra suggerire una via alternativa: accettare che la verità su di noi non coincida con la prestazione.
Che non siamo la somma dei risultati ottenuti, ma anche delle pause, delle fragilità, delle volte in cui non ce l’abbiamo fatta. E che forse proprio lì, in quello spazio non performante, abita qualcosa di autentico.
Esiste allora una possibilità semplice, eppure radicale: provare, almeno a volte, a valere senza dimostrare.
Concedersi il diritto di esistere anche quando non si produce, non si eccelle, non si risponde alle aspettative. Cosa accadrebbe se smettessimo, anche solo per un momento, di chiederci se stiamo facendo abbastanza?
Forse il vero cambiamento non sta nel rifiutare il merito, ma nel ridimensionarlo.
Restituirgli il suo posto: non come prova della nostra dignità, ma come eco di una vita che, prima di tutto, ha diritto di essere vissuta.
Buon non merito a tutte e tutti!
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine : Igor Morski – L’uomo intrappolato dal tempo)
















