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Home » “Inleiarsi”: il viaggio dell’amore dentro di sé

“Inleiarsi”: il viaggio dell’amore dentro di sé

Siamo cresciuti imparando ad amare fuori, a cercare negli altri conferme ma è possibile sviluppare uno sguardo interno capace di tenerezza e verità insieme

La Redazione by La Redazione
31 Marzo 2026
in La bottega - officina delle emozioni
“Inleiarsi”: il viaggio dell’amore dentro di sé
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C’è una parola antica, rara, quasi dimenticata, che Dante Alighieri utilizza per raccontare qualcosa che va oltre l’amore come lo intendiamo abitualmente: inleiarsi. È una parola che parla di fusione, di appartenenza profonda, di un incontro così totale da dissolvere i confini.

Ma cosa accadrebbe se provassimo a spostare questa parola, se invece di rivolgerla all’altro la portassimo dentro di noi? Forse scopriremmo che esiste un altro modo di inleiarsi, un modo silenzioso, meno visibile ma altrettanto potente: quello che ci conduce a casa.

Siamo cresciuti imparando ad amare fuori, a cercare negli altri conferme, riconoscimento, presenza. Ed è naturale, perché nasciamo nella relazione, esistiamo perché qualcuno ci ha guardati, accolti, tenuti. Eppure, lungo il cammino, accade spesso qualcosa: ci allontaniamo da noi stessi, ci abituiamo a ignorare ciò che sentiamo, a mettere da parte i nostri bisogni, a essere per gli altri più che con noi. Così l’amore diventa ricerca, una ricerca continua di qualcosa che, in fondo, abbiamo smesso di darci.

Inleiarsi, allora, può cambiare direzione e diventare un gesto intimo, quasi rivoluzionario: entrare dentro di sé con delicatezza, senza giudizio. Significa restare quando sarebbe più facile distrarsi, ascoltarsi quando tutto spinge a evitare, accogliere anche ciò che non ci piace. Non è un atto narcisistico, non è chiusura, è al contrario un atto di presenza, è dirsi “ci sono, anche qui, anche adesso”. In questo passaggio risuona profondamente il pensiero di Carl Rogers, quando parla di accettazione positiva incondizionata: la possibilità di offrirsi uno sguardo non giudicante, capace di accogliere ogni parte di sé come degna di esistere. Ed è qui che si intreccia anche la prospettiva più contemporanea di Kristin Neff, che definisce la self-compassion come la capacità di trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà, riconoscendo che la fragilità non è un difetto individuale ma una condizione condivisa dell’essere umano. Non si tratta, quindi, di chiudersi in se stessi, ma di sviluppare uno sguardo interno capace di tenerezza e verità insieme, uno sguardo che non giudica ma accompagna. È proprio questo tipo di relazione interna che permette di non sentirsi soli nel proprio dolore e di non cercare continuamente fuori ciò che può nascere dentro.

È proprio questa qualità dello sguardo interno che permette alla persona di crescere, di diventare più autentica, più integra, più libera.

C’è un equivoco diffuso, quello per cui amare se stessi significhi bastarsi, ma non è così: amarsi non elimina il bisogno dell’altro, lo rende più vero. Quando non ci abitiamo cerchiamo negli altri ciò che ci manca, chiediamo all’esterno di riempire vuoti interni, viviamo le relazioni con più paura, più bisogno, più dipendenza; quando invece impariamo a stare con noi, entriamo in relazione senza perderci, ascoltiamo senza annullarci, amiamo senza aggrapparci. Non smettiamo di avere bisogno, smettiamo di chiedere all’altro di salvarci.

Forse questo viaggio non è una conquista, ma un ritorno, un tornare a qualcosa che c’era già e che abbiamo dimenticato. Inleiarsi dentro di sé è riconoscersi, tenersi, non abbandonarsi, è costruire giorno dopo giorno una relazione interna sufficientemente buona da poter incontrare davvero l’altro. Forse, alla fine, tutto si riduce a questo: restare.

Restare quando siamo fragili,

quando ci sentiamo confusi,

quando vorremmo scappare da noi stessi.

Perché è lì che accade qualcosa, è lì che l’amore smette di essere una ricerca affannosa e diventa una presenza. E allora sì, forse possiamo dirlo: inleiarsi non è solo perdersi nell’altro, è anche imparare a non perdersi da sé, è tornare, lentamente, a casa.

In questo ritorno risuona, quasi come un filo sottile che tiene insieme tutto, il senso profondo della canzone Abbi cura di te di Levante: non come un invito distante, ma come una voce intima che ci ricorda che la cura non è un gesto che si chiede, ma uno spazio che si costruisce dentro.

“Abbi cura di te” smette così di essere solo una frase rivolta all’altro e diventa una responsabilità dolce verso se stessi, un modo per dirsi che possiamo imparare a restare, a proteggerci, a riconoscerci. A restare in piedi quando “il vento soffia”, a seguire “il battito lento e l’stinto che sia”.

Perché, forse, è proprio da lì che ogni relazione può davvero iniziare:

da qualcuno che, finalmente, ha imparato ad abitarsi.

Buon amor proprio a tutte e tutti.

(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine: Giuseppe Penone in Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te-)

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