C’è un momento, in primavera, in cui tutto accelera.
Non solo fuori, nei colori e nei profumi, ma anche dentro. È come se l’aria stessa suggerisse che sia tempo di essere più pronti, più aperti, più centrati. E allora, quasi senza accorgercene, iniziamo a rincorrere una versione di noi che dovrebbe essere già sbocciata, già definita, già “giusta”. Fiorire diventa una specie di aspettativa silenziosa, qualcosa che sembra naturale, quasi dovuto.
Eppure c’è una domanda che resta lì, più timida, meno celebrata: e se io, adesso, non stessi fiorendo?
Non è una domanda comoda. Ha qualcosa di dissonante.
Perché siamo immersi in una cultura che ci spinge continuamente a migliorarci, a lavorare su noi stessi, a trasformarci in una versione sempre più efficace, più consapevole, più luminosa. Come se esistesse una traiettoria lineare da seguire. Ma la vita, quando la si guarda da vicino, raramente si muove in linea retta.
Ci sono momenti in cui non cresciamo, non ci espandiamo, non ci sentiamo “in forma” nel senso più profondo del termine. Momenti in cui qualcosa dentro di noi si fa meno nitido, meno definito. Non è un crollo, non è una rottura evidente. È più simile a un lento sfocarsi. Come quando un’immagine perde contorni e non sappiamo più bene cosa stiamo guardando.
Forse è proprio questo lo sfiorire. Non qualcosa che finisce, ma qualcosa che cambia stato.
Nel libro Prendila con filosofia. Manuale di fioritura personale si incontra un paradosso che, se lo si lascia lavorare, cambia prospettiva: si fiorisce davvero solo quando si accetta di sfiorire. Non come resa, ma come passaggio. Come se ci fosse bisogno, ogni tanto, di perdere forma per poterla ritrovare in modo diverso.
E questo “sfiorire” non è poi così estraneo alla nostra cultura emotiva, se ci pensiamo. Rino Gaetano lo cantava con una leggerezza malinconica in Sfiorivano le viole: un’immagine semplice, quasi sussurrata, che però contiene tutta la delicatezza delle cose che cambiano senza fare rumore. Non c’è tragedia in quelle viole che sfioriscono, ma un movimento naturale, inevitabile, umano.
Il punto è che noi non siamo abituati a stare lì. Appena qualcosa si allenta, cerchiamo di rimetterlo a posto. Appena ci sentiamo meno centrati, proviamo a correggerci. È un riflesso quasi automatico. Ma forse lo sfiorire non chiede di essere corretto.
Chiede di essere attraversato.
Restare in quello spazio non è semplice. Perché è uno spazio sospeso. Non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo. E questa mancanza di definizione può farci sentire vulnerabili, esposti, a tratti persino fuori posto.
Eppure è proprio lì che può accadere qualcosa di più autentico. Quando smettiamo, anche solo per un momento, di voler aggiustare tutto, e iniziamo a stare in relazione con ciò che c’è, così com’è.
In questa prospettiva, anche chi accompagna gli altri nei percorsi di cura non è fuori da questo movimento. Come sottolinea Patrizia Moselli, il terapeuta è prima di tutto un essere umano che ha attraversato le proprie zone d’ombra. È un “guaritore ferito” nel senso più umano del termine: non qualcuno che ha risolto tutto, ma qualcuno che ha avuto il coraggio di guardarsi dentro. E proprio per questo può arrivare accanto all’altro fin dove lui stesso si è spinto con sé. La sua competenza non è solo tecnica: è una forma di vulnerabilità abitata, riconosciuta, resa spazio di incontro.
Questo cambia molto. Perché ci ricorda che non esiste una posizione “al di sopra” della fragilità. Esiste, semmai, un modo diverso di starci dentro.
Ci sono, certo, momenti in cui lo sfiorire si fa più pesante, più fermo. Quando non è più un passaggio ma una chiusura, quando il tempo sembra non muoversi e il futuro perde consistenza. In quei casi è importante non restare soli dentro quella sospensione, lasciare che qualcuno possa condividere quello spazio con noi, anche solo per dargli un nome.
Ma nella maggior parte delle volte, lo sfiorire è qualcosa di più silenzioso. Non si vede subito cosa sta facendo, ma lavora. È un riassestamento profondo, una ridefinizione che non ha bisogno di mostrarsi per essere reale.
Forse dovremmo iniziare a pensare alla crescita non come a un continuo salire, ma come a un movimento più complesso. A volte ci espandiamo, a volte ci ritiriamo, a volte restiamo fermi. E non è meno vita. È un altro modo della vita.
Nei prossimi giorni, se ti va, prova a fare una cosa semplice. Esci, cammina, senza cercare nulla di particolare. Poi fermati davanti a qualcosa che non attira lo sguardo: qualcosa di incompleto, di irregolare, di non “riuscito”. Resta lì qualche minuto, senza giudicarlo, senza interpretarlo troppo.
E poi chiediti: dove, nella mia vita, c’è qualcosa che non è ancora definito?
Non per sistemarlo. Solo per riconoscerlo.
Forse non siamo sempre chiamati a fiorire.
A volte siamo chiamati a restare in quel punto in cui le cose non sono ancora diventate.
E, proprio lì, senza far rumore, qualcosa comincia a prendere forma.
Buona imperfezione a tutte e tutti!
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine: Oleanders – Vincent Van Gogh)
















