Ci sono sere in cui alziamo gli occhi al cielo quasi senza accorgercene.
Lo facciamo stanchi, distratti, magari mentre rincasiamo dopo una giornata qualsiasi. Eppure, davanti alle stelle, accade qualcosa di antico: smettiamo per un momento di guardare solo a terra.
Forse il desiderio nasce proprio lì.
Nel momento in cui l’essere umano alza lo sguardo.
In psicologia spesso distinguiamo il bisogno dal desiderio, anche se nella vita quotidiana tendiamo a confonderli.
Il bisogno chiede di essere colmato: fame, sonno, sicurezza, riconoscimento, presenza. Ha qualcosa di urgente, concreto, necessario.
Il desiderio invece è diverso. Non sempre può essere soddisfatto, e forse non nasce neppure per questo. Il desiderio è un movimento. È un tendere verso.
Verso una persona.
Verso una possibilità.
Verso una parte di noi che ancora non conosciamo del tutto.
Il bisogno ci riporta alla sopravvivenza.
Il desiderio, invece, ci porta alla vita.
E allora penso alla canzone di Brunori Sas – Fra milioni di stelle – .
C’è dentro qualcosa che somiglia profondamente all’esperienza umana del desiderare: l’idea che esistano infinite luci nel cielo, infinite direzioni possibili, e che tuttavia continuiamo ostinatamente a cercarne una capace di parlarci davvero.
Le stelle sono lontane, irraggiungibili, eppure orientano i passi da sempre.
I desideri forse fanno lo stesso.
Non servono necessariamente ad arrivare.
Servono a camminare.
Viviamo in un tempo che ci abitua alla soddisfazione immediata: tutto deve essere veloce, disponibile, consumabile. Anche le emozioni sembrano dover avere una soluzione rapida. Se stai male, devi guarire subito. Se sogni qualcosa, devi ottenerlo. Se ami, devi possedere.
Ma il desiderio non funziona così.
Il desiderio autentico non possiede. Non chiude. Non consuma.
Apre.
Lo psicoanalista Ignacio Matte Blanco, attraverso il concetto di bi-logica, ci ricorda qualcosa di profondamente umano: dentro di noi convivono contemporaneamente più livelli di esperienza. Esiste una logica razionale, lineare, ordinata, ma esiste anche una logica dell’inconscio fatta di simboli, emozioni, infinite connessioni e possibilità.
Per questo possiamo desiderare qualcosa e temerla nello stesso momento.
Possiamo sentirci attratti da una strada e contemporaneamente voler tornare indietro.
Possiamo essere adulti e, nello stesso istante, bambini che cercano ancora uno sguardo.
Non siamo fatti di una sola verità.
Siamo fatti di complessità.
E forse il desiderio abita proprio questo spazio: quello delle infinite possibilità che non possono essere ridotte soltanto a ciò che è utile, concreto o immediatamente realizzabile.
Come il cielo.
Come le stelle.
Ci sono desideri che non hanno nemmeno un nome preciso, eppure abitano il corpo.
Li sentiamo come inquietudine, nostalgia, slancio, mancanza.
A volte emergono nei momenti di silenzio, quando finalmente smettiamo di funzionare e torniamo semplicemente ad ascoltarci.
Nella prospettiva umanistica, la persona non è pensata come qualcosa di statico, ma come un essere in continuo divenire. Non siamo mai soltanto ciò che siamo già. Siamo anche ciò verso cui tendiamo. Carl Rogers parlava della “tendenza attualizzante”: quella forza profonda che spinge ogni essere umano verso la crescita, verso l’espressione di sé, verso una forma più autentica di esistenza.
Ecco perché il desiderio ha a che fare con la motivazione più profonda.
Non la motivazione fatta di prestazioni o obiettivi da raggiungere, ma quella che nasce quando sentiamo che qualcosa ci chiama interiormente.
Ci sono persone che smettono di desiderare dopo una ferita, una delusione, un abbandono. Succede. Perché desiderare espone. Significa riconoscere una mancanza, ammettere che qualcosa ci tocca profondamente. E allora, a volte, ci si anestetizza. Si vive funzionando, ma senza slancio.
Eppure il desiderio trova quasi sempre un modo per tornare.
In una musica ascoltata distrattamente.
In una notte d’estate.
In uno sguardo.
In un figlio.
In un viaggio immaginato e mai fatto.
In quella sensazione improvvisa che ci ricorda che non siamo nati soltanto per sopravvivere.
Forse il desiderio è questo: la parte di noi che continua a guardare il cielo anche dopo aver conosciuto il buio.
Per questo vorrei lasciare un piccolo esercizio bioenergetico, semplice, da fare in un momento della giornata in cui possiamo concederci qualche minuto solo per noi.
Trovate uno spazio tranquillo.
Scalzi, se possibile.
Portate i piedi bene a terra e piegate leggermente le ginocchia. Non irrigidite il corpo. Lasciate che il peso scenda verso il basso. Inspirate lentamente dal naso ed espirate dalla bocca senza controllare troppo il respiro.
Poi fate una cosa molto semplice: alzate lentamente lo sguardo.
Non serve vedere davvero il cielo. Basta immaginarlo.
Mentre respirate, provate a chiedervi:
Cosa sto smettendo di desiderare?
Cosa dentro di me chiede ancora spazio?
Dove sento vita nel mio corpo quando penso a ciò che desidero davvero?
Non cercate risposte perfette.
Lasciate emergere immagini, sensazioni, parole sparse.
Forse il desiderio non va capito subito.
Forse va prima ascoltato.
E allora non importa se le stelle sono milioni.
Non importa se non riusciremo mai a raggiungerle davvero.
A volte basta sapere che esistono per ricordarci la direzione.
Buone stelle a tutte e tutti!
( Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine: Notte Stellata – Vincent Van Gogh )
















