Ci sono parole che si assomigliano quasi in tutto, eppure raccontano storie diverse. Ferita e feritoia condividono le stesse lettere, ma non lo stesso destino. La ferita è uno strappo. Brucia, interrompe, destabilizza. La feritoia, invece, è un’apertura stretta nel muro: lascia entrare la luce, permette di guardare fuori, protegge senza isolare. Forse la differenza non sta in ciò che accade, ma in ciò che ne facciamo.
Il dolore non è un errore di sistema. Non è un incidente che riguarda solo alcuni. È parte dell’esperienza umana. Arriva nelle relazioni, nelle aspettative deluse, nei passaggi di vita, nelle parole non dette o dette troppo tardi. E spesso vorremmo chiuderlo in fretta, come si chiude una porta che sbatte.
Eppure, quando riusciamo a restare un po’ dentro ciò che ci fa male – senza anestetizzarlo subito, senza trasformarlo in un racconto vittimistico – qualcosa comincia a riorganizzarsi. La ferita smette di essere soltanto una frattura e diventa uno spiraglio.
R.D. Laing, psichiatra e psicoanalista scozzese tra i più originali del Novecento, scriveva che ciò che chiamiamo “crisi” può essere anche un tentativo dell’organismo di rimettere ordine in una realtà che non regge più. Non sempre il dolore è un segno di debolezza: a volte è un segnale di autenticità. È il punto in cui non riusciamo più a vivere secondo copioni che non ci appartengono.
In questa prospettiva, la sofferenza non è qualcosa da eliminare in fretta, ma un processo da comprendere. Non glorificata, non drammatizzata: compresa. Quante volte, dopo un periodo difficile, ci siamo scoperti più veri? Quante volte una delusione ci ha costretti a rivedere le nostre priorità? Quante volte una caduta ci ha resi meno severi verso gli altri?
Non è il dolore in sé a trasformarci. È la possibilità di ascoltarlo. Se lo ignoriamo, la ferita si indurisce e diventa muro. Se la attraversiamo con consapevolezza, può diventare feritoia: un’apertura da cui entra aria nuova. E qui entra in gioco una parola che forse abbiamo sottovalutato: leggerezza.
Max Gazzè questa leggerezza ce la racconta in una ballata dal titolo: “La Vita Com’è”. Parla di un amore finito, di una tristezza da cui è molto difficile talvolta uscire eppure lo fa con un ritmo leggero, parole fresche e potenti insieme, appunto con leggerezza. Non è una resa. È un modo diverso di stare dentro ciò che accade. Accettare la vita “com’è” significa non aggiungere sofferenza alla sofferenza. Significa smettere di pretendere una perfezione irrealistica e concedersi il diritto di vivere anche le imperfezioni.
Nel brano c’è un invito sottile a non irrigidirsi, a non prendersi troppo sul serio, a lasciare che la quotidianità scorra senza trasformarla sempre in un dramma esistenziale. È un inno alla normalità abitata con ironia. E forse proprio questa ironia è la luce che filtra dalla feritoia.
La trasformazione, allora, non è spettacolare. È discreta. Somiglia più a un cambio di sguardo che a una rivoluzione.
Un piccolo esercizio di arteterapia: dalla crepa alla luce
Propongo un lavoro semplice, da fare a casa in un momento di tranquillità.
Occorrente:
Un foglio bianco (meglio se abbastanza spesso)
Una penna nera o una matita
Colori a piacere
Una piccola fonte di luce (lampada o candela)
Passaggi:
Disegna sul foglio una linea irregolare, come una crepa. Non cercare di farla “bella”: lascia che sia spontanea. Scrivi lungo quella linea una parola che rappresenta una tua fatica attuale (paura, attesa, incertezza, rabbia…).
Ora fermati e chiediti: Se questa crepa fosse una feritoia, cosa potrebbe entrare da qui? Una qualità? Un cambiamento? Un incontro?
Dall’altra parte della linea, inizia a colorare uno spazio luminoso. Non deve essere realistico: può essere solo un colore che per te significa apertura.
Avvicina infine il foglio a una fonte di luce e osserva come la carta filtra la luminosità.
Non stiamo cancellando la ferita.
Stiamo provando a trasformarla in apertura.
Le nostre vite non sono muri perfetti. Sono superfici attraversate da segni, da cicatrici, da fessure. Ma forse proprio da lì entra la luce che può orientare altri cammini.
E allora sì, la vita è “com’è”. Con le sue crepe. Con le sue possibilità. Sta a noi decidere se restare dentro la ferita o provare a farne una feritoia.
Buona feritoia a tutte e tutti!
(Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine : Lucio Fontana – Concetti spaziali, Attese)

















