“Come stai?”
“Abbastanza bene. Un po’ in ansia.”
Se ci pensiamo, è diventata una delle risposte più comuni che ci scambiamo ogni giorno. La pronunciamo quasi con naturalezza, come se fosse una compagna inevitabile delle nostre vite. A volte lo diciamo sorridendo, altre con leggerezza, quasi a minimizzare. Eppure l’ansia è una delle esperienze emotive che più caratterizzano il nostro tempo.
La psicologia la descrive come uno stato di attivazione dell’organismo accompagnato da apprensione, tensione e anticipazione di un possibile pericolo. Freud la considerava un segnale che avverte la persona della presenza di un conflitto o di una minaccia percepita. Le teorie contemporanee la interpretano come una risposta naturale e adattiva che, in alcune circostanze, può diventare così intensa da compromettere il benessere della persona.
Ma l’ansia, prima ancora di essere una definizione, è qualcosa che si sente.
La sentiamo nello stomaco quando aspettiamo una risposta importante. Nelle spalle che si irrigidiscono senza che ce ne accorgiamo. Nel sonno che tarda ad arrivare. Nei pensieri che continuano a girare in cerchio anche quando vorremmo semplicemente riposare.
Spesso proviamo a combatterla. Cerchiamo di scacciarla, di zittirla, di distrarci. Vorremmo eliminarla il più velocemente possibile. Eppure forse la domanda non è come farla sparire.
Forse la domanda è: cosa sta cercando di dirci?
Nella mia esperienza clinica ho imparato che dietro l’ansia si nasconde quasi sempre una paura.
Una paura che non sempre riusciamo a riconoscere immediatamente.
La paura di non essere all’altezza.
La paura di deludere qualcuno.
La paura di perdere una relazione importante.
La paura di sbagliare.
La paura di non riuscire a controllare ciò che accadrà.
La paura di essere rifiutati.
La paura di soffrire ancora.
L’ansia, in fondo, è spesso il volto visibile di una paura invisibile.
Per questo motivo ascoltarla può essere più utile che combatterla.
Quando un bambino ha paura non gli chiediamo di smettere di avere paura. Cerchiamo piuttosto di capire cosa lo spaventa. Lo ascoltiamo. Lo accompagniamo. Gli stiamo accanto.
Forse dovremmo imparare a fare la stessa cosa con noi stessi.
Metterci in ascolto dell’ansia significa fermarci per un momento e chiederci: “Di cosa ho paura davvero?”.
Non è una domanda semplice. A volte la risposta emerge subito, altre volte richiede tempo. Ma è proprio in questo spazio di ascolto che spesso inizia il cambiamento.
Quando l’ansia raggiunge livelli particolarmente elevati può comparire l’attacco di panico. Chi lo ha vissuto racconta spesso di aver avuto la sensazione di stare per morire, impazzire o perdere il controllo. Il cuore accelera, il respiro diventa affannoso, il corpo trema, la mente si riempie di pensieri catastrofici.
Eppure il panico non nasce per farci del male.
Nasce per proteggerci.
È il tentativo estremo del nostro organismo di metterci in salvo quando il sistema di allarme entra in sovraccarico. Il corpo attiva tutte le risorse disponibili per affrontare un pericolo che percepisce come imminente. Il problema è che spesso quel pericolo non è reale nel presente, ma appartiene a paure, ferite o tensioni che portiamo dentro da molto tempo.
Alexander Lowen, fondatore dell’Analisi Bioenergetica, dedicò gran parte del suo lavoro proprio all’osservazione del legame tra emozioni e corpo. Secondo la sua prospettiva, molte forme di ansia sono associate a contrazioni muscolari croniche che limitano il respiro e riducono la vitalità dell’organismo.
Quando abbiamo paura tendiamo a trattenerci.
Tratteniamo il respiro.
Tratteniamo le lacrime.
Tratteniamo la rabbia.
Tratteniamo perfino la gioia.
Con il passare degli anni queste trattenute possono diventare parte del nostro modo di stare al mondo.
Il corpo si irrigidisce e perde progressivamente la sua naturale capacità di vibrare.
Lowen utilizzava spesso proprio questo termine: vibrazione.
Ma cosa significa vibrare?
Significa sentirsi vivi.
Significa percepire il corpo come qualcosa che respira, sente, si emoziona e si muove liberamente. Significa permettere all’energia vitale di attraversarci senza essere continuamente bloccata dalla paura o dal controllo.
Pensiamo a un bambino che ride fino a perdere il fiato, a qualcuno che canta senza preoccuparsi di essere giudicato, a chi si commuove davanti a una musica o a un tramonto. In quei momenti il corpo vibra perché è pienamente presente all’esperienza.
La vita vibra.
L’amore vibra.
La voce vibra.
Le gambe vibrano.
Il cuore vibra.
Forse una parte della sofferenza contemporanea nasce proprio dall’aver perso questo contatto.
L’Analisi Bioenergetica propone un percorso che non passa soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso il corpo. Il lavoro sul grounding, sulla respirazione, sulla postura e sulla consapevolezza delle tensioni muscolari aiuta la persona a recuperare il contatto con le proprie emozioni profonde e con quelle parti di sé che sono state a lungo trattenute.
Non si tratta di cancellare l’ansia.
Si tratta di comprenderla.
Di ascoltare il messaggio che porta con sé.
Perché spesso il sintomo non è il nemico da combattere ma il messaggero che abbiamo smesso di ascoltare.
I Baustelle, nella canzone Panico, parlano dell’emozione dell’ansia come di una “preghiera contro l’inquietudine”.
Trovo questa immagine straordinariamente evocativa.
Perché tutti, in fondo, siamo alla ricerca di una preghiera contro l’inquietudine.
Per alcuni è la musica.
Per altri è una passeggiata.
Per altri ancora è una terapia, una lettura, una persona amata, il mare, il silenzio.
Ma cosa ci inquieta davvero?
Forse ci inquieta la fragilità della vita.
Ci inquieta il fatto di non poter controllare tutto.
Ci inquieta il cambiamento.
Ci inquieta l’incertezza.
Ci inquieta il dolore.
Ci inquieta la possibilità di perdere ciò che amiamo.
E allora l’ansia arriva per ricordarci che c’è qualcosa che merita attenzione.
Qualcosa che chiede ascolto.
Qualcosa che chiede cura.
Forse guarire non significa liberarsi per sempre dall’ansia. Forse significa imparare ad ascoltarla senza esserne travolti. Riconoscere la paura che custodisce e accoglierla con maggiore gentilezza.
Perché a volte ciò che chiamiamo ansia non è altro che una parte di noi che bussa alla porta e che, da troppo tempo, sta aspettando di essere ascoltata.
Buona in-quietudine a tutte e tutti!
( Rubrica a cura della dott.ssa Maria Concetta Rossiello – immagine: Anxiety – Edvard Munch)
















